Cinquant’anni fa, il 25 febbraio 1956, il XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica (Pcus), il primo dell’era post-staliniana si chiuse con un’inattesa appendice.
La lettura da parte del segretario generale del partito, Nikita Khrusciov, del celebre «Rapporto segreto» intitolato «Il culto della personalità e le sue conseguenze». Si fa coincidere questa data con l’inizio della destalinizzazione, il processo che avrebbe liberato l’Urss dal clima di terrore e di smodato culto della persona, condiviso dai comunisti e dai loro compagni di strada di tutto il mondo, che vedevano in lui il fedele allievo di Lenin, l’artefice della costruzione del socialismo in Urss, il vincitore della Seconda Guerra Mondiale, il «Padre e Maestro dei popoli», il «Capo amato».
La prima destalinizzazione.
In realtà, la destalinizzazione era iniziata subito dopo la sua morte (5 marzo 1953). Paradossalmente era stato Lavrentij Berija, il potente ministro degli interni e stretto collaboratore di Stalin (specie nella costruzione della potenza missilistico-nucleare sovietica), ad iniziare questo processo. Aveva disposto la liberazione e la riabilitazione immediata dei medici, ebrei e non, del Kremlino, ingiustamente accusati di aver complottato per assassinare i massimi dirigenti sovietici. Aveva promesso larga autonomia alle repubbliche non russe dell’Unione sovietica e l’arresto della costruzione forzata del sistema comunista in Germania Est. Aveva decretato una pur limitata misura d’amnistia per i detenuti del Gulag e affermato la necessità di incrementare la produzione agricola e l’industria leggera. Questo processo fu in parte bloccato dall’arresto di Berija nel giugno 1953, in un vero e proprio colpo di palazzo, architettato dal primo segretario del Pcus, Nikita Khrusciov, e dagli altri membri del Presidium in accordo con i vertici militari. Tutti si volevano sbarazzare dell’odiato e temuto ministro di polizia, l’uomo più risoluto, spregiudicato e abile tra i successori di Stalin, in un’accanita lotta per il potere. Fucilato Berija nel dicembre 1953 dopo un sommario processo segreto, di quella lotta furono protagonisti i membri del Presidium e soratniki (“compagni d’armi”) di Stalin: Georgij Malenkov, Lazar Kaganovic, Klementij Voroshilov, Vjacheslav Molotov, Nikita Khrusciov e il suo alleato Anastas Mikojan. Tuttavia il 1954 e il 1955 furono anni in cui la figura di Stalin venne sempre più lasciata nell’ombra.
Commissioni, inchieste, riabilitazioni e rivolte nel Gulag.
Si crearono commissioni speciali, perché indagassero sulle repressioni dell’era staliniana. Nel 1954 furono riabilitati gli alti quadri comunisti di Leningrado fucilati nelle Purghe dei secondi anni Quaranta. Migliaia e migliaia di detenuti, liberati dal Gulag e dai luoghi di confino, cominciarono a fare ritorno e a chiedere di essere riabilitati. Si sviluppò, allora, una pressione dal basso per imprimere una svolta alla leadership del partito-stato. Inoltre, in molte “isole” dell’arcipelago Gulag divamparono rivolte di massa, alcune delle quali (come quella avvenuta nel 1955 nel distretto minerario artico di Noril’slk) vennero soffocate nel sangue dall’esercito. (Si veda la documentatissima monografia di Marta Craveri «Resistenza nel Gulag», Rubbettino, 2003). Khrusciov, vinte le forti resistenze degli altri membri del Presidium, creò una commissione – indicata con il nome del suo capo, fino ad allora uno stalininiano convinto, Petr Pospelov – perché riferisse direttamente a lui e al Presidium sulle illegalità e gli abusi commessi da Stalin negli anni delle repressioni di massa. Ne venne fuori una brossura di una settantina di pagine, la cui lunghissima lettura al Congresso fu imposta da Khrusciov contro il parere avverso di alcuni soratniki. La sola condizione era che il rapporto venisse letto, a lavori e votazioni concluse, in una seduta straordinaria a porte chiuse, “cospirativa”, in presenza dei soli delegati. Il leader del Pcus lesse il Rapporto in un silenzio teso, interrotto solo da esclamazioni di meraviglia e da imprecazioni contro Stalin.
Il Rapporto segreto.
Il Rapporto, in realtà, non fu né poteva essere segreto. Non solo perché fu letto a ben 1.430 delegati. Ma perché venne anche letto, o eccezionalmente dato in lettura nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, ai capi delegazione dei maggiori partiti comunisti, (tra cui l’italiano Togliatti e il francese Thorez). In marzo, il documento venne inviato a tutte le organizzazioni del partito e del Komsomol (la Gioventù comunista) perchè lo si leggesse in assemblee straordinarie (ma senza discussioni, né domande). Infine il documento, tradotto e stampato in 15mila copie dai comunisti polacchi, da Varsavia prese le vie di Washington, forse tramite il Mossad e la Cia. Arrivò al Dipartimento di Stato Usa e da qui finì sulle colonne del New York Times. Era il 4 giugno 1956, ed ebbe l'effetto di una bomba. Commenta il figlio di Khrusciov, Sergej: «Dubito che mio padre volesse tenere segreto il rapporto. Le sue parole davano conferma del contrario. Egli voleva portare al popolo il suo rapporto. Altrimenti i suoi sforzi sarebbero stati insignificanti. La segretezza della sessione era solo una concessione ai suoi avversari» (in W.Taubman, Khrushchev – The Man and His Era, Norton Company, 2003. Si tratta della più completa ed ampia biografia di Nikita Khrushchev). Il Rapporto accusava Stalin di aver occultato il “Testamento” di Lenin, in cui questi esortava il Partito a rimuoverlo dalla direzione. Di aver orchestrato nel 1934 l’assassinio del popolare dirigente leningradese Kirov. Di aver provocato la rotta dell’Armata Rossa nei primi mesi della Seconda Guerra Mondiale. Di aver commesso gravi errori in agricoltura. Di aver falsificato la storia del partito e creato il culto della propria persona.
Ma soprattutto di essere il responsabile delle repressioni di massa, delle deportazioni di interi gruppi etnici, di arresti e processi illegali, della morte - per fucilazione, o sotto tortura, o per crudeli condizioni di detenzione - di «molte migliaia di comunisti ». Il Rapporto confermava le precedenti denuncie degli avversari del comunismo, accusati dai comunisti e dai loro “compagni di strada” di essere “anticomunisti” e “antisovietici” viscerali, «calunniatori foraggiati dal Grande Capitale e dall’Imperialismo».
Il monolite incrinato.
Il documento assestò il primo colpo di maglio alla autorità e alla presunta infallibilità della leadership sovietica, alla rappresentazione salvifica che i comunisti avevano fino ad allora dato del sistema collettivista. Il monolitico blocco comunista si incrinò. I comunisti cinesi (e albanesi) disapprovarono la denuncia di Stalin. Mao Zedong, che disprezzava – ricambiato – Khrusciov, affermò che «il 70% delle azioni di Stalin erano corrette, il 30% non lo erano». Nell’immediato, il rapporto fu una concausa che scatenò le destabilizzanti convulsioni nei regimi comunisti di Polonia e di Ungheria tra il giugno e l‘autunno 1956. Risolta politicamente la prima, Khrusciov decise di reprimere in modo cruento la seconda, facendo intervenire l’Armata Rossa: sollecitato in questo da altri leader comunisti, tra cui Mao e Togliatti. Seguirono in terra magiara fucilazioni, terrore e deportazioni. Il comunista riformatore leader della rivolta, Imre Nagy, fu impiccato in una prigione budapestina due anni dopo, in seguito a un processo segreto.
Il disgelo.
Il rapporto suscitò in Urss aspri scontri in numerose assemblee, specie tra l’intelligentsija, e una rivolta filostaliniana in Georgia, patria di Stalin, con un centinaio di morti. Da molte parti si auspicò e si chiese di andare più a fondo nella denuncia dei crimini di Stalin, chiamando in causa i principali collaboratori e lo stesso sistema. La risposta di Khrusciov fu ambigua, se non restrittiva. Da una parte fu repressa qualsiasi messa in discussione del sistema. Dall’altra, furono liberati dai campi di lavoro del Gulag (da tempo divenuti, sotto il profilo economico, improduttivi e costosi) milioni di deportati, molti dei quali (i “repressi” degli anni Trenta) rovinati nel fisico e nella psiche.
Inoltre si pose fine, per sempre, alla pratica del Terrore di massa, all’onnipotenza e separatezza dal Partito della polizia politica, alle condizioni di perpetua incertezza e pericolo in cui erano vissuti sotto Stalin gli stessi dirigenti, a tutti i livelli, del Partito-stato. Era il disgelo (ottepel’), la cui atmosfera descrissero, per primi, i romanzi di Ilja Ehrenburg e Viktor Nekrasov.
I limiti del Rapporto.
Tuttavia, i limiti del Rapporto erano numerosi e profondi. Strutturali. «Vittime delle illegalità e degli abusi» vi risultavano solo gli «onesti quadri comunisti» e in un arco di tempo ristretto, tra il 1934 e i 1953. In realtà le vittime erano molti milioni (due e mezzo tra arrestati e fucilati nel solo periodo 1934-1940, ma si tratta di una cifra al ribasso). Le ricerche d’archivio dello storico russo Oleg Khlevnjuk parlano di oltre 720mila fucilati tra il 1937 e il 1938, (vedi O.Ch., Stalin e la società sovietica negli anni del Terrore, edizioni Guerra, 1997). Tra le vittime non c’erano solo i «quadri onesti». C’erano i comunisti bolscevichi oppositori di Stalin, di destra e di sinistra. I menscevichi. Gli anarchici. I social-rivoluzionari. I liberali. I monarchici. Il clero ortodosso. I ribelli musulmani dell’Asia centrale. E non c’erano neppure, per Khrusciov, i 5-7 milioni di contadini sterminati dalla collettivizzazione staliniana delle campagne tra la fine degli anni Venti e i anni Trenta. Né una sola riga fu spesa sul «Terrore rosso» scatenato da Lenin e da Trotskij poco dopo la presa di potere, e sulla grande carestia che seguì al comunismo di guerra di Lenin (altri milioni di vittime).
La parola d’ordine di Khrusciov fu quella del ritorno a Lenin e alla legalità leninista! Un grande e celebre poeta come Boris Pasternak venne umiliato e ostracizzato per aver inviato all’estero (in Italia) il suo romanzo «Dottor Zhivago», una lirica rivisitazione del passato sovietico e un barlume di speranza in una rinascita morale e spirituale della Russia. Khrusciov dette inizio a una durissima campagna anti-religiosa.
Le contraddizioni di Khrusciov.
Scrisse la figlia di Khrusciov, Rada:«L‘ascesa politica di mio padre coincise con quella dello stalinismo. Eroicamente tentò di superarlo dentro di sé. Ma su molte cose pensava che Stalin avesse ragione, perché lui stesso pensava come Stalin» (in Taubman, opera già citata). Una di queste “cose” era la collettivizzazione o dekulakizzazione che sconvolse irrimediabilmente le campagne, specie in Ucraina e Kazakhstan. Salvo alcune eccezioni (Berija e alcuni suoi diretti collaboratori, giustiziati con colpo alla nuca), pagarono solo in pochi e per lo più con sole misure amministrative tra i responsabili del Partito, degli organi inquirenti, della polizia politica, delle procure e delle corti artefici degli arresti illegali, delle uccisioni singole e di massa, delle torture, delle terribili deportazioni etniche, delle violenze e angherie di ogni genere (compresi gli stupri su un gran numero di donne arrestate e deportate). E non pagarono neppure i direttori di carceri e campi di lavoro forzato responsabili per le morti di massa, le disumane condizioni di lavoro, la fame, i maltrattamenti, e un’infinita serie di angherie, tra cui i nuovi arresti e processi arbitrari dentro i lager (si vedano l’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzhenitsyn, Mondadori, edizioni varie, i Racconti di Kolyma di Varlam Shalamov, Einaudi 1999, e la recente grande ricerca storica di Anne Applebaum, Gulag, Mondadori, 2004).
Un sistema irriformabile.
Al Rapporto non seguì alcuna riforma del sistema. Né Khrusciov, né i successori ebbero il coraggio, la volontà e la mente per farlo. Inoltre, anche dopo il rapporto, Khrusciov firmò, nella storia del comunismo, altre pagine nere di repressione. Oltre al cruento intervento in Ungheria, infatti, egli si rese responsabile dell’intervento dell’esercito nella città di Novocherkassk, nel 1962, per schiacciare gli scioperi e le dimostrazioni operaie contro l’ aumento del prezzo della carne. Più di un centinaio furono le vittime e i condannati in processi segreti.
Perché Khrusciov denunciò il culto di Stalin?
Cosa spinse Khrusciov a denunciare Stalin? Secondo Solzhenitsyn fu «un impulso morale», un non sopito o inconscio senso di umanità, di origine contadina e forse cristiana, che si celava all’interno della sua dura scorza di staliniano. Per molti storici il Rapporto fu la mossa rischiosissima e vincente di Khrusciov nella fase finale della lotta per il potere apertasi alla morte di Stalin. Per altri, Khrusciov, gettando tutta la responsabilità dei crimini sul Despota, cercò di nascondere o minimizzare le proprie. Per le repressioni di cui fu un complice, se non un protagonista, al tempo in cui dirigeva le organizzazioni di partito a Mosca e in Ucraina. Per altri, come il grande storico russo Roj Medvedev, primo biografo di Khrusciov (Editori Riuniti, 1982) , quel leader cercò di «depurare il sistema dagli eccessi e abusi di Stalin», di «umanizzarlo e modernizzarlo». Mai Khrusciov fu sfiorato dal dubbio che l’intero sistema, creato da Lenin e dallo stesso Stalin, fosse alla base di quei crimini. Per questo non lo riformò. E nell’ottobre 1964, fu cacciato con un colpo di mano dei suoi diretti collaboratori dai vertici del Partito e del governo. A riformarlo radicalmente pensò, tra i massimi dirigenti dell’Urss, soltanto Mikhail Gorbaciov, trent’anni dopo. Ma era troppo tardi, e il sistema era ormai decrepito. Forse irreformabile. E le idee rovinosamente confuse.