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George W. Bush con Nancy Pelosi alla Casa Bianca (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)

Bush-Pelosi, coabitazione forzata. Comincia la nuova era della presidenza Usa

Ri.Ba.

La nuova era della presidenza Bush è cominciata con un pranzo alla Casa Bianca con la leader democratica Nancy Pelosi, prima donna ad arrivare alla terza carica dello Stato. Per George W. Bush è l'inizio di una fase di potere limitato e di necessità di compromessi e patteggiamenti con l'opposizione dopo il risultato disastroso, per i repubblicani, del voto del 7 novembre costato il controllo del Congresso.

Dando il benvenuto alla Casa Bianca alla donna che, durante la campagna elettorale, aveva avuto espressioni non molto diplomatiche nei suoi confronti, il presidente Bush ha sepolto immediatamente l'ascia di guerra: «Le elezioni sono alle spalle - ha detto Bush alla sua ospite - i democratici hanno vinto, ma le sfide restano. E dobbiamo lavorare insieme per affrontare queste sfide in modo costruttivo».

La Pelosi, durante l'incontro, ha detto che «è nell'interesse del popolo americano che i due partiti lavorino insieme anche se le differenze sono inevitabili».

La leader democratica ha sottolineato il suo orgoglio nell' essere in procinto di diventare «la prima donna eletta speaker della Camera» nella storia politica americana.

«Abbiamo fatto la storia, adesso dobbiamo ottenere progressi», ha concluso la donna.

Il presidente Bush aveva segnalato, durante una breve dichiarazione nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, al termine di un incontro col suo governo, la sua nuova flessibilità affermando di «essere aperto a qualsiasi idea e suggerimento» che potesse aiutare a raggiungere il traguardo finale delle vittoria in Iraq.

Bush ha quindi elencato una lunga lista di bozze legislative in attesa delle luce verde del Congresso citando però soprattutto i temi vicini ai repubblicani e ignorando quelli (come l'aumento del salario minimo o la riforma della immigrazione) che sono invece in testa alla agenda del partito democratico.

Per Bush si tratta di un ritorno al passato. Quando era stato governatore del Texas aveva dovuto convivere con un congresso statale in mano ai democratici. In quella occasione Bush era riuscito a creare con abilità un dialogo con l'opposizione, realizzando risultati su obiettivi comuni e creandosi una fama di "unificatore" che aveva usato a piene mani nella campagna presidenziale del 2000. Ma una volta conquistata la Casa Bianca il presidente aveva cambiato tono offrendo ben pochi esempi della sua proclamata flessibilità.

Adesso per Bush è diventata una necessità assumere posizioni meno rigide che, con il Congresso in mano ai democratici, non lo porterebbero da nessuna parte. Il presidente ha già cominciato ad agitare il ramoscello d'ulivo al partito rivale.

«Dobbiamo ovviamente fare molto lavoro comune con alcuni membri del Congresso - aveva sottolineato nella sua prima conferenza stampa dopo la sconfitta elettorale - In Iraq, ad esempio, se la meta comune è il successo, possiamo lavorare insieme. Ma se la meta è quella di andarsene a tutti i costi allora sarà più difficile trovare terreno comune».

L'impressione lasciata da Bush è che sia disposto ad essere più flessibile, con i democratici, sui numerosi problemi di politica interna che sulla questione dell'Iraq.

I massimi esponenti democratici del Senato americano, all'indomani della conquista della Camera alta del Congresso, hanno promesso che non vi saranno rapporti di sudditanza con il presidente, il repubblicano George W. Bush, e che lavoreranno per difendere il ceto medio americano. «Ci chiedete se faremo sentire la nostra voce quando riterremo che il presidente sbaglia? La nostra risposta è sì», ha detto Chuck Schumer, il nuovo senatore di New York, che è stato la mente della riscossa democratica alla Camera alta». Ma la nostra vera missione è lavorare insieme per aiutare le famiglie americane a fare un'America migliore e oggi ci impegnamo a non perdere mai di vista questo obiettivo, la nostra vera missione».

Schumer si è unito al senatore Harry Reid - che sarà il capo gruppi maggioranza del Senato nel nuovo Congresso che si convocherà a gennaio - e al collega Dick Durbin per celebrare la vittoria. Hanno tenuto una conferenza stampa subito dopo che il senatore repubblicano George Allen aveva ammesso la sconfitta nel seggio decisivo del Virginia, a favore dello sfidante democratico Jim Webb.

In bilico la nomina di Bolton all'Onu. Il futuro di John Bolton, l'ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, è appeso a un filo. Il presidente George W. Bush ha deciso di chiedere all'attuale Congresso, dove fino a gennaio la maggioranza sarà ancora nelle mani dei repubblicani, la ratifica della nomina di Bolton per evitare che venga impallinata dal prossimo a maggioranza democratica.

Malgrado Bolton sia già dallo scorso anno al Palazzo di Vetro la sua nomina non è mai stata ratificata per l'opposizione di una nutrita pattuglia di senatori democratici e di repubblicani contrari alla scelta del presidente. Bush fece ricorso allora alla prerogativa presidenziale del «recess appointment», una sorta di nomina personale.

Con l'avvio dei lavori del nuovo Senato, però, anche la nomina presidenziale decade e quindi Bolton rischia ancora di più di essere nuovamente bocciato. In ogni caso, secondo molti analisti, le sue chance di essere confermato durante la cosiddetta sessione «dell'anatra zoppa» - quella della maggioranza uscente che inizia la prossima settimana - sono altrettanto scarse.



 

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