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Darfur, il dittatore del Sudan Bashir da Prodi e dal Papa apre ai colloqui di pace

di Riccardo Barlaam

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13 settembre 2007

È come se Hitler incontrasse Pio XII. Omar al-Bashir, presidente e capo del Governo del Sudan, dittatore, al potere dal 1989 in seguito a un colpo di stato militare, accusato di aver appoggiato le repressioni delle milizie islamiche nel Darfur, è a Roma per una missione diplomatica di tre giorni che prevede un incontro privato con il papa Benedetto XVI e un altro con il presidente del Consiglio Romano Prodi.

Il Darfur è un territorio grande due volte l'Italia. Un provincia poverissima del Sudan occidentale, nel deserto del Sahara. Dal 2003 la regione è teatro di un feroce conflitto etnico che vede contrapposte la maggioranza nera alla minoranza araba appoggiata dal Governo. Più di 200mila persone sono morte nella guerra. E circa 2,5 milioni di persone sono state costrette a lasciare la loro terra per vivere nei campi profughi oltre confine. Nel Chad meridionale, per lo più, assistiti dalle organizzazioni umanitarie internazionali e dalle organizzioni non governative. Secondo l'Oms nei campi profughi muoiono ogni mese circa 10mila persone, bambini e donne soprattutto. Un dramma che si è consumato e continua a consumarsi nell'indifferenza generale dell'Occidente.

Il Governo Bashir è accusato di aver sostenuto politicamente e finanziariamente la pulizia etnica operata per anni dalle squadre di miliziani islamici Janjaweed. Ma l'Occidente diplomatico finora ha fallito. Complice il petrolio e la sete di materie prime della Cina. Ebbene la Cina compra il 65% del petrolio sudanese (pari al 5% dei consumi di petrolio della superpotenza asiatica). Pechino fa affari con tutti i Paesi africani, senza badare troppo ai processi democratici e al rispetto dei diritti umani. Cina e Russia hanno venduto armi al regime di Bashir in cambio di materie prime e appalti. Così nel Sudan - il Sudan definito un paradiso da Bin Laden - è in atto da un lato un boom economico con una crescita del Pil a due cifre mentre dall'altro lato, nel Darfur poverissimo, continua la repressione violenta da parte delle milizie islamiche, appoggiate dal Governo.
Nella capitale Karthoum il panorama è dominato dalle gru dei cantieri avviati dalle società asiatiche, arabe e occidentali, anche cooperative italiane, senza troppi problemi di coscienza. I soldi, si sa, non hanno odore.

Gli Stati Uniti hanno promosso un embargo totale contro il governo del Sudan, ma l'Onu non è ancora riuscita una risoluzione di condanna credibile che rafforzi gli effetti dell'embargo americano perché la stessa Cina siede nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come membro permanente e non ha alcun interesse a inimicarsi un partner così docile e prezioso. L'Onu ha deciso l'invio di un contingente internazionale di peacekeeping per tentare di stabilizzare l'area, che sarà probabilmente composto da Paesi dell'Unione africana e forse europei. Ma la situazione in Sudan è ancora incandescente.

Bashir che che è venuto a Roma per cercare di aumentare la sua credibilità internazionale. E' la prima visita ufficiale del leader sudanese in un Paese occidentale. Il presidente sudanese ha visto il il Papa in un'udienza privata nella residenza estiva di Castelgandolfo: Il Vaticano sta facendo tutto il possibile per porre fine alla crisi umanitaria del Darfur, quello che Benedetto XVI ha definito come un «orrore». E poi, il ha incontrato Prodii. Bashir, si è detto pronto a siglare un cessate il fuoco con i ribelli del Darfur all'inizio dei colloqui di pace previsti a Tripoli il prossimo 27 ottobre. In una conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine di un colloquio con il premier Romano Prodi il presidente del Sudan auspica che «la Conferenza di Tripoli possa essere l'ultima necessaria a portare la pace nel Darfur».
In particolare Bashir chiede all'Italia di intervenire presso i Paesi europei che ospitano «i ribelli, soprattutto in Francia», affinché lavorino per convincerli a partecipare ai negoziati.

Il dittatore del Sudan sembra non ricordare che appena due settimane fa, il 25 agosto, il Governo del Sudan ha ordinato l'espulsione del Capo della delegazione della Ue, Kent Degerfelt, e dell'ambasciatore del Canada. Persone non gradite, ha detto il ministro degli Esteri sudanese per via della loro "partecipazione ad attività di ingerenza negli affari interni del Paese": il rappresentante europeo e l'ambasciatore canadese sono stati cacciati perché cercavano di occuparsi di Diritti dell'uomo

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