Portano in tasca titoli di studio ben superiori alle generazioni precedenti, ma soprattutto c'è una massiccia componente "rosa" che contraddistingue i giovani imprenditori della nostra Penisola.
Infatti, ben il 45,5% degli imprenditori con meno di 40 anni è costituito da donne, mentre nella fascia di età dai 40 in su la loro incidenza scende a un ben più modesto 24 per cento.
È questo uno fra gli aspetti più rilevanti del profilo dei giovani imprenditori del nostro Paese e delle loro opinioni su alcune questioni strategiche per il presente e il futuro dell'economia nazionale, come emerge dai risultati dell'annuale indagine "L'Italia delle imprese" realizzata dalla Fondazione Nord Est per «Il Sole-24 Ore».
Come già sottolineato, i titolari d'impresa junior si contraddistinguono rispetto alle generazioni precedenti pure per un grado di istruzione medio particolarmente elevato. Il 22,5% di essi, infatti, è laureato - contro il 18% tra i senior - e lo scarto tra le due categorie diviene ancor più ampio qualora si prendano in considerazione i dati sul numero di coloro che sono in possesso di un diploma di scuola superiore: 69,3% tra gli junior, 52% tra i senior. È del tutto marginale (8,2%), poi, la quota di quei titolari d'impresa con meno di 40 anni che abbiano concluso il proprio percorso di istruzione al conseguimento della licenza media inferiore o di una qualifica professionale, mentre tra i senior tale percentuale sale sensibilmente sino a raggiungere il 30 per cento.
Un dato abbastanza sorprendente attiene alla tipologia di attività svolta. I giovani presentano una maggiore concentrazione nel comparto industriale (64,8% rispetto al 57,4% dei senior), mentre non si riscontrano scostamenti significativi per quanto concerne il settore terziario.
L'età, poi, incide pure sul ruolo ricoperto in azienda. Tra i senior, la metà degli interpellati (50,2%) è il titolare dell'impresa; per contro, i giovani occupano altre posizioni all'interno dell'organico (31%), oppure si qualificano quale familiare del titolare (28,3%), in genere un genitore, a cui spetta ancora la proprietà dell'azienda. Un segnale, questo, del fatto che in molti casi il passaggio delle redini dai padri ai figli è ancora in corso.
A tale proposito, in oltre la metà dei casi (53,5%), proprio il passaggio generazionale è una dinamica già in corso presso le aziende rette da giovani imprenditori. Una fase, questa, che la maggioranza di essi ritiene possa far sorgere qualche difficoltà (52,1%), seppur superabile. Qualora, poi, si considerino anche i più pessimisti, cioè coloro che considerano il passaggio generazionale un motivo di particolare preoccupazione (14,9%), circa i due terzi dei rispondenti concorda nell'affermare che tale evento implica un inevitabile periodo di riassestamento della struttura interna all'impresa e della sua gestione. Ciò non di meno, un terzo degli interpellati (33%) ritiene che la trasmissione della gestione dell'impresa dai padri ai figli avvenga o sia già avvenuta senza particolari sussulti.
In merito alle differenti strategie utili per una migliore gestione del passaggio generazionale, la risposta fornita dai titolari d'azienda con meno di 40 anni interpellati per l'indagine è abbastanza sorprendente. Infatti, i tre quarti di essi (73,5%) propende per un mantenimento tanto della proprietà quanto della gestione nelle mani della famiglia a cui si deve l'idea imprenditoriale originaria. Tale dato è superiore a quanto riscontrato presso i titolari d'impresa senior (65,4%), quasi che i giovani da un lato percepiscano la famiglia quale elemento di protezione, dall'altro non intendano sottrarsi al proprio ruolo, ma anzi dimostrare di non essere in alcun modo inferiori alle generazioni che li hanno preceduti.
Un ulteriore elemento di interesse discende dall'analisi del rapporto tra le nuove leve dell'imprenditoria nazionale e il mondo della rappresentanza. In primo luogo, i giovani dimostrano una minore propensione rispetto ai senior all'iscrizione a una associazione di categoria, qualunque essa sia (78,3% contro 85,2).
Tale differenza trae origine da una certa disaffezione nei confronti del mondo della rappresentanza: il 60,8% dei titolari d'impresa con meno di 40 anni, infatti, o non opera alcuna distinzione tra le singole realtà dell'associazionismo (15,7%), oppure non le conosce (13,7%) o, infine, è scettico sulla loro effettiva capacità di rappresentare e tutelare gli interessi del ceto imprenditoriale (30,4%). Qualora si considerino le risposte date dai titolari senior, la quota degli indifferenti, o più o meno tali, cioè di coloro che hanno scelto una delle tipologie di risposta menzionate, scende al 52,2 per cento.
In genere, quindi, le associazioni di categoria godono di una fiducia abbastanza limitata presso gli operatori del mondo economico. Pertanto, quantomeno in una prospettiva di medio e lungo termine, è opportuno che esse ripensino la loro modalità di relazione nei confronti delle giovani generazioni, dal momento che è presso di esse che il distacco tende a manifestarsi in modo più marcato.
In particolare, è possibile identificare due aree contrassegnate da una maggiore criticità. Da un lato, il Meridione e le isole, in cui la quota degli imprenditori junior iscritti ad un'associazione di rappresentanza scende al 68,2 per cento. Dall'altro, il bacino dei giovani titolari d'impresa meno istruiti: questi ultimi, infatti, manifestano una propensione particolarmente scarsa all'associazionismo, al punto che poco meno della metà (48,3%) è oggi iscritto ad un'organizzazione di rappresentanza. Di qui l'urgenza di approntare azioni utili ad attrarre anche tali soggetti nel mondo delle associazioni di categoria, non soltanto per i servizi che queste mettono a disposizione, quanto piuttosto per una più ampia diffusione di quello spirito di mutua collaborazione che oggi viene da più parti invocato.