La Finanziaria, di cui si discute in questi giorni, è lo strumento principe mediante il quale un Paese indica il percorso di sviluppo che vuole intraprendere.
Consapevoli che il futuro non è solo quello dell'anno che verrà, con i suoi vincoli e con i necessari parametri da rispettare, sarebbe fondamentale provare a individuare anche quelle misure utili oggi alla costruzione dell'Italia del domani. A quell'Italia che erediteranno i nostri figli. Perché una società che vuole guardare al proprio futuro deve rivolgere l'attenzione anche alle nuove generazioni. Un Paese e un'economia che intendano incrementare le proprie potenzialità non possono esimersi da creare le condizioni affinché si sviluppino nuove generazioni di imprenditori. La questione non è peregrina e assume oggi una particolare rilevanza almeno per tre ordini di motivi.
Il primo è relativo alle trasformazioni che i sistemi produttivi stanno realizzando sotto gli scossoni procurati dai processi di internazionalizzazione. La crescente importanza delle innovazioni tecnologiche, il manifatturiero che diminuisce di peso e modifica le proprie produzioni, la nuova divisione internazionale dei mercati e la globalizzazione richiedono, infatti, nuove energie, nuove visioni della competizione, altri modi di approcciare l'organizzazione dell'impresa. Servono nuovi occhiali (culturali) con cui guardare al futuro e con cui leggere le sfide della competizione.
Il secondo motivo risiede nel fatto che le nuove generazioni diventano schiere sempre meno folte, almeno per parte dei locali. E un tessuto produttivo fondato su imprese di piccole e medie dimensioni presiedute dalla famiglia e dalle sue logiche relazionali risente, in misura crescente, della scarsità di risorse nuove a cui consegnare il timone. Il tema non è nuovo, com'è noto: la continuità dell'impresa e il passaggio generazionale sono fenomeni da qualche tempo studiati e a cui associazioni imprenditoriali e società di consulenza dedicano servizi e supporti. Ma la loro criticità si diffonde, tant'è che cresce l'idea fra gli imprenditori di cedere le proprie attività. E sempre più frequentemente richiedono sostegni per risolvere le difficoltà insite nei passaggi.
Il terzo motivo risiede nel maggior grado di scolarità delle nuove generazioni, il cui orientamento nei confronti del lavoro e delle professioni (compresa quella imprenditoriale) tende a mutare, a essere più esigente e attento a una molteplicità di dimensioni. Il lavoro conta, ma assume valore anche la realizzazione personale, familiare, la propria cultura. Dunque, le nuove generazioni sono interessate a un mix di fattori. Per cui i figli (sempre meno) degli imprenditori non necessariamente (sempre più) ambiscono ad assumere le redini delle imprese dei genitori.
Non ci sono, ovviamente, leggi finanziarie e politiche che possano risolvere questi fenomeni e, per certi versi, si potrebbe sostenere che il mercato deve fare il suo corso selettivo. Tuttavia, come per un'impresa, uno stato che non investe già oggi sui fattori di sviluppo di medio-lungo periodo non andrà molto lontano. Allora, il nostro Paese offre condizioni positive per chi, fra i giovani, vuole fare impresa? In che misura il disegno della Finanziaria accoglie questa prospettiva? La rassegna degli interventi nazionali e regionali che mirano a favorire la nascita di nuove imprese non manca, sia su scala nazionale che regionale e locale. L'elenco, in realtà, potrebbe essere lungo. Ma così come sono diversificati gli interventi normativi, parimenti è la loro dispersione. È sufficiente provare a visitare i siti che li contengono per rendersene conto. Ciò nonostante, la risposta pende, sconsolatamente, verso il lato negativo. Com'è noto, avviare un'impresa in Italia appare più come una corsa dai tempi lunghi e a ostacoli. Le risorse effettivamente messe a disposizione dai provvedimenti normativi sono scarse, ancorché diffuse. Anzi, proprio perché diffuse e poco concentrate, diventano scarse. Secondo un'elaborazione della Confartigianato su dati della Commissione Ue, il costo medio per avviare una nuova impresa è il 65% in più rispetto alla media europea, onere che ci colloca al 64° posto nelle classifiche mondiali. Questi motivi allontanano una parte delle giovani generazioni dall'intraprendere un'idea imprenditoriale. Ed è pure una delle ragioni che spinge una parte dei figli degli imprenditori a dirigersi verso altre professioni di natura liberale, piuttosto che assumersi l'onere e la responsabilità di guidare un'impresa e i suoi lavoratori. Un Paese che, come recita il prossimo convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria, vuole avere un "futuro aperto", deve preoccuparsi di realizzare le condizioni affinché il tessuto imprenditoriale si rigeneri, di offrire le opportunità alle giovani generazioni di fare nuove imprese. Viceversa, guarderà al futuro dallo specchietto retrovisore.