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La lenta rincorsa italiana e il modello giapponese

di Mario Margiocco

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22 febbraio 2007

Giappone e Italia sono non solo Paesi Ocse, il club dei 30 ricchi industrializzati della Terra. Fanno anche parte del G-7, in seconda e sesta posizione rispettivamente. Siamo quindi ai vertici, parlando per grandi numeri e come sistema-Paese, del benessere mondiale. E ai vertici della vecchiaia e dell’indebitamento pubblico. Due palle al piede, l’anzianità crescente della popolazione e l’ impossibilità di far ricorso a ulteriore spesa pubblica, che condizionano politica ed economia sia a Tokio che a Roma.
Il Giappone ha una popolazione doppia rispetto a quella italiana e un Pil triplo, ma entrambi i Paesi hanno toccato nel 2005 il massimo della forza-lavoro e ad ora potranno solo scendere. Nel 2050 avranno il 30% in meno di cittadini in età lavorativa rispetto ad oggi. Quanto a debito pubblico, per il Giappone, record assoluto fra i Paesi Ocse, siamo a oltre il 170% del Pil, e per l’Italia, seconda in questa classifica negativa, al 107 per cento. In entrambi i Paesi gran parte del debito è sottoscritto all’interno, perché in entrambi, semplificando, si può dire che lo Stato è sovraesposto, ma le famiglie sono ricche.
Il debito giapponese toccò nell’estate del 2002 i 675mila miliardi di yen, pari al 134 per cento della ricchezza prodotta, e da allora è salito ancora. L’Italia invece toccò il massimo del 124% nel ’94 e da allora la tendenza di fondo è stata al ribasso, per passare sotto il 110% nel 2001. La discesa si è fermata un anno fa, ma la traiettoria complessiva è stata positiva. Questo perché l’Italia, e qui hanno operato virtuosamente i vincoli di Maastricht, ha ridotto il deficit di bilancio dall’11% del Pil del 1990 a valori inferiori al 3 per cento, raggiungendo anche risultati in positivo per il deficit primario, al netto cioè della spesa per il finanziamento del debito. Il Giappone invece ha visto il surplus dell’1,9% del 1990 diventare uno squilibrio negativo del 6,3% nella spesa pubblica annuale nel 2000. Nel 2006 il deficit pubblico giapponese è il doppio di quello italiano, raffrontato al rispettivo Pil, e il deficit primario è previsto per il 2011.
Le cause di deficit e debito sono, nei due Paesi, assai diverse. In Italia si tratta di un eccesso di spesa, spesso per cercare o cementare il consenso politico lasciando la cambiale alle generazioni future. Lo Stato cioè ha chiesto ai contribuenti (a quanti pagano le tasse dovute),e poi ha ridistribuito, azione che ai politici è spesso assai gradita. In Italia la pressione fiscale è valutata dall’Ocse peri al 43,1% (dati 2003)del Pil, e considerata più alta da altre fonti, ed è come noto salita ancora con l’ultima Finanziaria. Il totale delle entrate del settore pubblico è stimato (dati 2005) pari al 44% del Pil. In Giappone invece la pressione fiscale è del 25,3, e le entrate pubbliche sono pari al 31% della ricchezza creata, nel 2005.
Nel caso giapponese la massiccia crescita del debito pubblico è il risultato combinato della caduta delle entrate fiscali e delle spese pubbliche decise a più riprese per stimolare l’economia, dopo che con gli anni ’80 l’eccezionale crescita giapponese (+10% in media negli anni ’60, +5 nei 70, +4 negli anni 80) è finita, impantanata nella bolla speculativa di fine anni 80. Solo nel 2004-2006b l’economia ha ripreso a crescere.
In definitiva il caso italiano è all’insegna dell’eccesso di spesa. Quello giapponese determinato da insufficienti entrate. Mentre il Giappone ha spazi per ricorrere alla leva fiscale, questi sono assai più ridotti in Italia. Dove non sembrano esservi alternative politicamente accettabili al ristabilimento di una maggiore giustizia (minore evasione) fiscale.

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