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Effetto domino sui raccolti

di Marco Magrini

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26 Aprile 2008

LONDRA. Dal nostro inviato
Il Natale scorso, Kona Haque è volata fino al suo Paese natale, il Bangladesh, per far visita alla famiglia. «La prego, mi dia anche una mancia», le ha chiesto l'uomo del risciò al momento di pagare. «Da sei mesi, il prezzo del cibo è aumentato e non riesco a sfamare né me, né i miei figli». La supplica non poteva raggiungere orecchie più attente. Kona Haque, che dai 4 ai 18 anni ha vissuto a Roma per seguire i genitori che lavoravano alla Fao, è analista di materie prime alla banca australiana Macquarie. «Il guaio - racconta lei stessa - è che, da Natale a oggi, tutti i prezzi dei prodotti alimentari di base sono saliti ancora di più. E ci vorranno tre anni, per tornare alla normalità». Ma a quel taxi umano di Dhaka, capitale di un Paese che è quasi simbolo planetario di fame e carestie, non si è sentita di dirglielo.
Tre anni di prezzi alti e magari crescenti potrebbero innescare la più grave crisi alimentare dell'epoca moderna, con potenziali effetti collaterali: dalle stabilità politiche interne, fino alle tensioni diplomatiche fra Paesi. Si dirà che è l'inviolabile legge della domanda e dell'offerta. Da un lato, ci sono 6,5 miliardi di bocche da sfamare e la crescita economica asiatica, che ha consentito a centinaia di milioni di aspirare a meno riso e più bistecche. Dall'altro, la congiunzione astrale di due anni di pessimi raccolti, di un costo del greggio che da inizio secolo è quintiplicato e di quella sventurata competizione fra prodotti agricoli e biocarburanti, ha ridotto le scorte alimentari al lumicino. Ma questa è solo una parte della storia. Perchè forse mai, prima d'ora, l'interdipendenza delle vite umane - l'ultima frontiera della globalizzazione - sta mettendo così crudamente in luce gli squilibri dell'ineguale, ed esagerato, sfuttamento delle risorse.
«Il battito delle ali di una farfalla in Brasile può innescare un tornado in Texas», diceva Edward Lorenz, il pioniere della Teoria del caos scomparso appena dieci giorni fa. Oggi si sente il battito di tutte le farfalle del mondo. «Negli ultimi 12 mesi – racconta Haque - il prezzo del mais è salito del 58,3%, quello della soia del 90 e quello del grano del 71. Ci vorranno almeno due anni, prima che vengano ricostituite le scorte. Mentre quelle attualmente in surplus, come lo zucchero, dall'anno prossimo saranno in deficit. Inoltre, alla Macquarie, prevediamo un ulteriore aumento della domanda di proteine animali, che porterà a tensioni anche sui prezzi della carne e quindi delle uova e del latte». E qui non si parla del Bangladesh. In questi giorni, nel ricco Giappone, non c'è burro nei supermercati.
Tutto è cominciato nel 2005, con una serie di raccolti disastrosi - presumibilmente complice il riscaldamento globale - in Australia e altrove. La rendita per ettaro, cresciuta del 2,4% all'anno fra il 1960 e il 1990, ha cominciato a scendere dell'1% all'anno. Poi è arrivata la concorrenza dei biocarburanti, con i sussidi americani alla produzione di etanolo, che sono arrivati a inghiottire il 20% del grano del Midwest. Intanto, solo in Cina, fabbriche, case, aeroporti e strade si sono portati via il 6,6% dei campi da semina. «Finora - osserva l'analista di Macquaire - la teoria di Malthus, che la crescita della popolazione avrebbe portato alla scarsità di cibo, è stata smentita da un semplice fattore: il commercio». Senonché, dal Kazakhstan al Vietnam, dalla Thailandia al Messico, cominciano a spuntare i primi casi di protezionismo alimentare: il taglio delle esportazioni.
E poi c'è il petrolio, il motore del mondo globalizzato. «Il carburante e i fertilizzanti, che pure si ricavano dal greggio - commenta Leonidas Drollas, vicepresidente del Center for Global Energy Studies di Londra - rappresentano il 25-30% dei costi di un agricoltore. E non vedo imminenti probabilità che il prezzo del petrolio scenda». Così, non scenderanno neppure i costi delle spedizioni, dei macchinari e di tutta l'infinita catena che discende dal greggio.
Infine, a suggellare l'immagine della farfalla di Lorenz, c'è il Chicago Mercantile Exchange. Quel tempio arcano dove uomini in divise colorate si scambiano ordini d'acquisto per tonnellate di grano, oceani di soia e orde di suini, senza nessuna intenzione di comprarli per davvero. Proprio come succede al petrolio del New York Mercantile Exchange, il prezzo dei futures è basato sulle aspettative. E le aspettative sulla produzione di greggio e di mais sono tutt'altro che sovrabbondanti. «Sicuramente la speculazione ha un impatto - ammette Haque - ma non può essere la sola causa, perché il trading sul riso è quasi inesistente, eppure il prezzo è andato ugualmente alle stelle».
Ne sa qualcosa quell'uomo del risciò, nella remota Dhaka. La globalizzazione gli aveva promesso una ciotola di riso in più. L'interdipendenza del genere umano e delle sue finite risorse - almeno per un po' - gliel'ha tolta di bocca.

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