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Messi a nudo i punti deboli di welfare e mercato del lavoro

di Fabio Pammolli e Nicola Salerno*

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30 gennaio 2009

I dati sull'occupazione nelle grandi imprese a Novembre 2008 portano i segni della crisi economica. Al netto della cassa integrazione guadagni, l'occupazione alle dipendenze registra un tendenziale di -2,1 per cento e un congiunturale di -0,6 per cento. Da Novembre 2007 è in corso un costante processo di erosione della base occupazionale, che negli ultimi mesi del 2008 ha avuto una evidente accelerazione. Corrispondentemente, si impennano le ore di cassa integrazione guadagni: un aumento tendenziale di 11,5 ore ogni mille lavorate, che nel comparto industriale sfiora il le 30 ore ogni mille. Il 2009 sarà un anno di forte recessione per l'Italia come per il resto del mondo, e la conferma arriva anche dai dati su fatturato e ordinativi dell'industria (a Novembre, rispettivamente -13,9 e -26,2 per cento), oltre che dai prezzi alla produzione dei prodotti industriali (+0,6 per cento il tendenziale a Dicembre, con un congiunturale negativo per 1,3 p.p.). Occupazione, produzione e prezzi in flessione: sono le condizioni delle crisi economiche keynesiane.

La crisi mette a nudo i punti deboli degli istituti del welfare e del mercato del lavoro. L'Italia non dispone di un sistema di ammortizzatori del mercato del lavoro all'altezza e, nel contempo, mantiene uno schema di contrattazione del costo del lavoro troppo rigido. La sostanziale assenza di ammortizzatori priva di un effetto anticiclico fondamentale per la tutela delle famiglie e il sostegno al circuito di domanda-produzione-reddito. La contrattazione collettiva nazionale, dal canto suo, impedendo l'allineamento delle retribuzioni alla produttività e al costo della vita, si pone, da subito, come un fattore che scoraggia le scelte ripresa della produzione. Per queste due ragioni, c'è da temere che la crisi economica possa in Italia avere durata più lunga che altrove.

Secondo le stime del Governo, di fronte alle previsioni sulla disoccupazione nel prossimo biennio (un aumento di circa 2 p.p. del tasso di disoccupazione), è necessario reperire almeno 8 miliardi di Euro per gli ammortizzatori del mercato del lavoro. Difficile riuscire a generare queste disponibilità nel bilancio pubblico senza metter mano alle pensioni. Rispetto alla media UE-15, l'Italia destina oltre 4 p.p. di PIL in più alle pensioni, mentre è al di sotto di oltre 0,8 p.p. sul fronte delle politiche attive e passive per il lavoro.

Per quanto riguarda la riforma della contrattazione, i principi di base del protocollo del Governo dei giorni scorsi vanno nella giusta direzione, aprendo alla dimensione territoriale e aziendale e alla componente incentivante e premiale delle retribuzioni. Su questi principi sarebbe opportuna la convergenza di tutte le parti politiche e sociali, per poter lavorare alla definizione dei dettagli normativi e tecnici della riforma.

La risposta alla crisi passa per queste due riforme strutturali: pensioni e ammortizzatori da un lato, contrattazione del costo del lavoro dall'altro. Entrambe pongono il lavoro al centro, tutelandolo e promuovendolo. Non la stessa cosa può dirsi di difese oltranziste dello status quo della normativa sulle pensioni e della contrattazione nazionale.

*direttore e research fellow del Cerm
Sito web: www.cermlab.it

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