Sergio Marchionne ribadisce da Detroit: sulla chiusura di Termini Imerese non si torna indietro. «L'ho detto il 18 giugno, l'ho ripetuto a Palazzo Chigi prima di Natale, l'ho ripetuto ieri. Nel messaggio non è cambiato niente» dice in una delle poche pause nella raffica di interviste concesse ieri ai media americani. Marchionne respinge l'accusa dei sindacati alla Fiat di aver fatto marcia indietro sul piano di rilancio di Termini predisposto due anni fa: «Allora era stata fatta una serie di ipotesi basate su un mercato in crescita e su un impegno del Governo che avrebbe fatto parecchie cose, che poi abbiamo visto... Con un mercato in crescita ci sarebbe magari stata la possibilità di risolvere qualcosa, ma ormai, in questo mercato, parlare di riabilitare lo stabilimento di Termini Imerese è da pazzi». Alla situazione, secondo Marchionne, non si può porre rimedio neppure con interventi strutturali. «Mi hanno accusato di aver fatto una battuta crudele sul fatto di dover spostare la Sicilia vicino alla Lombardia - dice -, ma da un punto di vista logistico, non posso fare assolutamente niente. Attualmente noi spediamo dei pezzi in Sicilia, li montiamo e poi li ricacciamo fuori. L'unico a guadagnarci è il sistema di logistica attorno allo stabilimento. Badate: ciò non ha niente a che fare con la qualità dei lavoratori; la fabbrica è nel posto sbagliato».

Prima di uscire a fumarsi l'inevitabile sigaretta (in un Paese come gli Stati Uniti che ha bandito il fumo, gli uomini Fiat hanno dovuto fare i salti mortali per trovargli uno sfogo...), Marchionne si toglie ancora un sassolino dalla scarpa: «La cosa che mi dà veramente un grandissimo fastidio - sbotta - è che il discorso diventa totalmente regionale: si parla sempre di Sicilia. Ma l'impegno che ha preso la Fiat di spostare la Panda, la vettura a volumi più alti per noi dopo la Punto, dalla Polonia dove (la fabbrica di Tychy, ndr) funziona come un orologio svizzero, a Pomigliano, con tutti i problemi che storicamente sono stati associati a quello stabilimento, è un atto di fiducia nel Paese che non farebbe nessuno. E questo viene sottovalutato».

La dura polemica di questi giorni tra i sindacati e Marchionne contrasta con il clima dei primi anni del manager italo-canadese in Fiat ma anche con l'attuale stato delle relazioni industriali negli Usa. Lunedì il numero uno del sindacato americano Uaw, Ron Gettelfinger, ha accompagnato la delegazione di parlamentari democratici sugli stand del Salone, e si è espresso in termini estremamente favorevoli sul manager italo-canadese. La Uaw è il maggiore azionista della Chrysler attraverso il fondo pensione Veba. A migliorare il clima sindacale qui a Detroit c'è il fatto che le aziende potrebbero in tempi brevi ricominciare ad assumere: con le vendite di auto al rialzo da pochi mesi, e una ripresa più consistente prevista per il 2010, i costruttori americani e stranieri preparano misure per rinfoltire i ranghi; certo, sono centinaia di persone contro le 126mila che hanno perso il posto negli ultimi tre anni - ma è un segnale incoraggiante.

Lo stesso Marchionne ha detto che Chrysler «potrebbe ricominciare le assunzioni se la domanda risalirà nelle attese». Il numero uno di General Motors in America, Mark Reuss, ha dichiarato che l'azienda spera di assumere nuovi dipendenti a salario ridotto e potrebbe riaprire una fabbrica in Tennessee chiusa lo scorso anno; Ford ha detto che l'investimento di 450 milioni di dollari per la produzione di veicoli ibridi qui in Michigan dovrebbe creare circa 1.000 nuovi posti di lavoro. Chrysler dovrà restituire al Tesoro i prestiti ricevuti. Marchionne ha ribadito ieri la promessa di farlo entro il 2014.

Per quanto riguarda le prospettive economiche di Chrysler, Marchionne ha precisato che l'azienda potrà fare utili nel 2010 se raggiungerà un livello di vendite di 1,1 milioni di auto negli Stati Uniti e di 1,65 milioni su scala mondiale. Il Wall Street Journal ha dedicato ieri una lunga storia a come il numero uno del Lingotto abbia fatto piazza pulita in Chrysler dei vecchi modi di operare ma anche dei vecchi manager. Che differenza c'è con il suo operato in Fiat dal 2004? Marchionne risponde: «Le due differenze fondamentali sono che Fiat è un gruppo più complicato, e che allora non avevo il Tesoro americano a finanziarmi. C'eravamo io, Don Chisciotte e Sancio Panza contro i mulini a vento». Fiat però «disponeva nel 2004 di tecnologie che non ho trovato qui in Chrysler». Quelle stesse tecnologie che le hanno permesso di acquistare la quota del 20% nell'azienda americana.

 

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