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Il piccolo chimico della moda

di Paola Bottelli

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11 marzo 2010
Il piccolo chimico della moda. Gabriele Colangelo, 35 anni, erede di una famiglia con tradizione nella pellicceria artigianale, ha presentato a Milano moda donna la sua terza collezione (Olycom)

Centrimetro al collo e spilli in mano, la signora Piera, sarta 72enne (ma guai a dire la sua età in pubblico), lavora intorno al manichino insieme con la figlia Grazia. È Piera che, a mezzanotte passata, sta completando il fitting della sfilata autunno-inverno 2010-11 di Gabriele Colangelo a Milano moda donna. «Quando gestisce un drappeggio è come un colpo di vento», dice di lei lo stilista milanese.

Trentacinque anni, liceo classico, una dozzina di esami a Lettere antiche, jeans giù dai fianchi, camicia bianca e cardigan blu da bravo figliolo, Colangelo ha presentato in passerella la sua terza collezione. Attirando gli ordini, in un momento ancora difficile per il mondo della moda, della crème dei negozi di tutto il mondo: Blake di Chicago, Linda Dresner del Michigan, Savannah di Los Angeles, Susan of Burlingame di San Francisco, Pupi Solari e Biffi di Milano, Harvey Nichols di Hong Kong, gli arabi di Al Ostoura. «Parliamo di piccoli numeri – dice Angela Picozzi, 35 anni anche lei, una delle socie della mantovana Castor che, su licenza, produce e distribuisce il marchio – ma abbiamo più che raddoppiato rispetto all'inverno precedente».

Quel che piace di questo ragazzo tranquillo – erede di una famiglia da quarant'anni nella pellicceria artigianale, che vive da solo in un appartamento di Bresso, cintura nord di Milano, guarda poca tv, ama il cinema italiano da Virzì a Soldini e a Özpetek, non va in palestra né si allena, trascorre il tempo libero con gli amici e il nipotino Lorenzo di 4 anni, mangia sano pesce-verdura-frutta-cereali e quando mette il suo nome su Google scopre che c'è uno chef a Milano che è suo omonimo – è la profonda passione per la ricerca tessile: in questa collezione, si è concentrato «sull'erosione e sulla corrosione», spiega lui stesso. E non è una boutade da cartella stampa, quel quasi sempre esilarante cartoncino che copre ogni posto nelle file riservate alla stampa nei défilé.

«Mi ispiro proprio alla fisica e alla chimica – spiega Colangelo – seguendo personalmente i test di reazione dei filati e dei tessuti, sottoposti a inedite sperimentazioni: il tocco di verde che c'è nella collezione l'ho intercettato nell'ossido di rame. Sono mie idee realizzate in esclusiva da fornitori del distretto comasco. Solo in Italia si possono fare certi lavori. Spezzo una lancia in favore di Como perché in un momento difficile come questo ci sono imprenditori che stanno investendo su di me, un giovane, facendosi carico dei costi di ricerca: per il tessuto effetto roccia la Canepa ha fatto sperimentazione per tre mesi».

«Colangelo è bravo e non è certo grazie al nostro supporto che riesce a fare quel che sta facendo», replica Michele Canepa, uno dei più celebri industriali tessili italiani, specialista di tessuti d'alta moda realizzati per le più prestigiose griffe, «l'unico segmento che va alla grande: gli abiti da 40mila euro si continuano a vendere come prima della crisi». L'interfaccia dello stilista nell'azienda comasca è «mio figlio Maximilian, 28enne, che tre anni fa è rientrato dagli Usa per occuparsi dell'impresa di famiglia: direi che un giovane impegnato nel tessile è decisamente in controtendenza».

Del resto, il matrimonio tra stilisti e Como, pur tra le difficoltà della congiuntura, è vivo e vegeto, dal massimo splendore dei tempi di Gianni Versace a Miuccia Prada, la regina dell'innovazione, che lo scorso settembre, nel backstage della sfilata, aveva sottolineato come la gran parte dei tessuti era «made in Como, dove molte imprese chiuderebbero senza le nostre commesse».

«Gianni Versace era un mostro sacro – puntualizza Colangelo – e la signora Prada è il riferimento per l'accentuato sperimentalismo che caratterizza il suo lavoro. I miei designer preferiti, però, appartengono al passato: sono Madeleine Vionnet, l'inventrice del taglio sbieco, e Roy Halston, una leggenda negli anni Settanta, ai tempi dello Studio 54, quando creò l'abito a T».

A quell'epoca, Gabriele frequentava l'asilo, veniva incoraggiato da tutti per la bravura nel disegno e pasticciava nell'atelier di famiglia con i ritagli delle pelli. Le tappe della sua carriera sono, ovviamente, poche: vince giovanissimo una borsa di studio come fashion stylist in un concorso della Camera nazionale della moda italiana e, subito dopo, collabora per quattro anni con la Ittierre dei tempi d'oro nel team che disegna la collezione Versace Jeans Couture donna. «Lo scelsi io, nel '98, era un ragazzino al suo debutto lavorativo – ricorda ora Giancarlo Di Risio, all'epoca amministratore delegato del gruppo molisano – ed era bravissimo. Scoprimmo che disegnava lingerie favolosa: si vendeva alla grande». Da lì il passaggio alla maison Versace, alla Roberto Cavalli per la collezione Just donna, sempre realizzata da Ittierre, e infine nel gruppo Mariella Burani come direttore artistico della Amuleti J.

Il 2008 è l'anno della svolta: in febbraio il lancio di una collezione-capsula, cioè composta di pochi pezzi, soprattutto pellicceria e abiti ricamati, e a luglio il primo posto nel concorso "Who's on next?" di AltaRoma e Vogue Italia; intanto, la firma di un accordo di licenza con la Castor di Castellucchio, nata come prototipista e modellista per grandi marchi internazionali, da Chanel a Valentino. «Sono collaborazioni – spiega Picozzi – che ci servono anche per crescere culturalmente e aiutare così Gabriele a crescere».

  CONTINUA ...»

11 marzo 2010
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