«Sono preoccupato: per risolvere la situazione bisognerebbe che i greci si dimostrassero scandinavi». Con questa battuta, l'economista Daniel Gros, direttore del Centre for european policy studies di Bruxelles , sintetizza come si stia restringendo l'uscita dal tunnel che porta o a un default parziale e a una ristrutturaizone del debito di Atene.
«Per calmare i mercati in questo momento ci vorrebbe un impegno deciso e di lungo periodo della Grecia, un patto di ferro tra governo e sindacati alla scandinava - sostiene Gros - mi preoccupa invece la mancanza da parte greca dell'accettazione di misure draconiane che vadano bel al di là della riduzione del deficit di quattro punti percentuali rispetto al Pil. Ci vuole un taglio dei salari nominali nel settore privato e una drastica riduzione della spesa pensionistica fin d'ora, non tra dieci anni». Il timore dell'economista è che l'opinione pubblica greca non sia consapevole della gravità della situazione e che il governo di George Papandreou voglia traccheggiare e concordare aiuti per rifinanziare il debito per un anno, ma in realtà puntando a sostegni «per 3, 4 o 5 anni, ovvero chiedendo ora 30 miliardi, per arrivare poi a 150 miliardi».
Per altri esperti il pacchetto di 45 miliardi, messo in cantiere da Fondo monetario internazionale e dai partner europei, può teoricamente essere sufficiente a far arrivare Atene fino a fine anno e oltre. Soprattutto se, passata la scadenza elettorale del 9 maggio in Nord Renania-Vestfalia, la cancelliera Angela Merkel darà segnali più chiari di disponibilità a soccorrere Atene, a dispetto delle resistenze di larghe fette dell'opinione pubblica, poco propensa ad aiutare un paese mediterraneo che ha truccato i conti ripetutamente. Ma la chiave di volta per una soluzione strutturale del problema greco, che eviti mesi di turbolenze e la diffusione di un contagio, già iniziato con Portogallo e Spagna, rimane la capacità di Papandreou di imboccare una strada di sacrifici e dura austerità.
«La Grecia deve varare una finanziaria "lacrime e sangue" come fece l'Italia nel '92 con il governo Amato - fa presente Gregorio De Felice, capoeconomista di Intesa SanPaolo - per risanare la situazione è necessaria una correzione attorno al 7-8% del Pil del 2010. Rapportando il prodotto nazionale greco a quello italiano è come se nel nostro paese si dovesse varare una manovra del valore di 100/110 miliardi di euro». Cifre da far tremare le vene dei polsi e da far rischiare tumulti di piazza. Anche perché inevitabilmente significa mandare il paese «in recessione per qualche anno», ammette De Felice. Un prezzo da pagare, però, se si vuole evitare che «la Grecia diventi la Lehman del 2010», come dimostra l'allargarsi degli spread rispetto al rendimento dei Bund tedeschi dei titoli di Portogallo e Spagna. Senza seri impegni di Atene, un prestito ponte sarebbe un semplice «pannicello caldo», osserva De Felice, considerando che alcune banche d'investimento stanno già puntando su un default della Grecia.
Carlo Altomonte, docente di economia dell'integrazione europea alla Bocconi, concorda sulla necessità di un serio impegno greco nel risanamento delle finanze pubbliche, ma vede anche fenomeni speculativi in atto nel deterioramento della situazione. «I 15 miliardi messi a disposizione dal Fondo monetario possono aiutare a far fonte agli impegni di Atene nel brevissimo - fa presente Altomonte - e i 30 miliardi concordati dai partner europei possono bastare nel breve. A mio avviso per due-tre anni non ci dovrebbero essere reali problemi di liquidità per la Grecia, a patto che il governo sia disposto a pagare un tasso del 5%. Ho l'impressione però che ieri chi aveva accumulato titoli greci ne abbia approfittato per aggiustare il portafoglio».
Per disinnescare la spirale speculativa appare indispensabile, oltre all'impegno greco, un più deciso coivolgimento della Germania. Lo ammette, da tedesco, Thomas Klau, direttore editoriale del think tank European council of foreign relation a Parigi. «La situazione greca non è stata aiutata dai segnali confusi arrivati dalla Germania, con la posizione di impegno espressa dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, messa in discussione non solo in parlamento ma anche dalla cancelliera - osserva Klau - le considerazioni elettorali non dovrebbero impedire l'approccio ottimale in una questione così delicata». Anche perché, per Klau, la mancanza di solidarietà europea nei confronti di Atene, rischia non solo di mettere sotto pressione l'euro ma di far saltare l'intero progetto europeo. «La crisi greca è più seria per l'Unione europea di quando ci si divise sulla guerra in Iraq - fa presente l'analista politico - perché in quel caso le divergenze erano in un'area, la difesa, nella quale l'integrazione europea viene riconosciuta come non avanzata. In questo caso viene messa alla prova la tenuta dell'unione su uno dei pilastri fondamentali acquisiti dell'integrazione europea, la moneta unica».