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«Al pari della Germania sui conti»

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Domenica 25 Aprile 2010

Rossella Bocciarelli
WASHINGTON. Dal nostro inviato
L'esigenza per ciascun paese industriale di comunicare ai mercati piani di consolidamento fiscale «credibili» è stata discussa nella cena informale del G-7 e campeggia nel comunicato del G-20 approvato venerdì sera e molto preoccupato per l'evoluzione dei debiti sovrani. Del resto ieri lo stesso direttore generale del Fmi, Dominique Strauss-Kahn ha confermato che i due temi sui quali il G-20 ha chiesto approfondimenti sono debito pubblico e disoccupazione.
Secondo il ministro dell'economia Giulio Tremonti a dar conto della posizione relativamente buona dell'Italia nel campo della fiscal sustainability e del fatto che, in confronto a molti altri, da noi si dovranno fare meno sacrifici, sono proprio i dati comparativi del Fmi sull'aggiustamento fiscale che si richiede oggi a ciascun paese per tornare, dopo l'espansione anomala imposta dalla crisi finanziaria internazionale, verso una dimensione di bilancio fisiologica, nel giro di dieci anni. «Oggi il Fondo monetario ha dato le sue tabelle – ha spiegato ieri il ministro -. Ce n'è una sulla finanza pubblica che riguarda anche l'Italia che ci vede messi sullo stesso piano della Germania». All'Italia secondo le stime Fmi servirebbe una correzione strutturale (dunque, permanente) del saldo primario di bilancio pari a quattro punti di Pil tra il 2010 e il 2020, poco più della Germania (che nella tabella si colloca appena al di sotto dei quattro). Niente a che vedere, peraltro né con la Grecia che guida la classifica negativa con circa 15 punti, né con il Giappone o con gli Stati Uniti, per i quali la correzione strutturale necessaria è pari a 12 punti di Pil.
Un fatto certamente lusinghiero e soprattutto tranquillizzante, in questi giorni di mercati inquieti, che Tremonti non ha mancato di sottolineare: «Per tanto tempo siamo stati la pecora nera. Vedere oggi l'Italia vicina alla Germania e molto meglio di tanti altri grandi paesi - ha detto Tremonti – è una cosa che, come governo Berlusconi, ci riempie di orgoglio. Certo, i tedeschi hanno virtù; noi abbiamo dovuto fare di necessità virtù. Ma abbiamo fatto le cose giuste ed è giusto che ci vengano riconosciute».
Naturalmente il ministro non si nasconde le implicazioni che la tabella del Fondo monetario comporta e cioè la necessità di osservare per molti anni una "dieta rigorosa" nella politica di bilancio: «Questi dati – osserva – ci dicono che dobbiamo fare almeno come i tedeschi o magari anche un po' di più, ma sicuramente le manovre che andranno fatte dagli altri paesi sono molto più grandi e molto più pesanti per la gente di quelle che dovremo fare anche noi nei prossimi anni. Alla fine - conclude – quello che conta sono i numeri. E i numeri dicono che le difficoltà non sono finite ma che dobbiamo continuare così».
Oltre all'espansione del debito pubblico nel mondo industrializzato, l'altra preoccupazione che è echeggiata anche nei comunicati ufficiali è la preoccupazione per la fragilità della crescita e soprattutto per la persistente disoccupazione.
Qui a Washington è arrivata anche l'eco dei timori delle banche internazionali nei confronti dell'ipotesi di tassazione aggiuntiva delle banche a livello globale studiata dal Fondo monetario internazionale (ipotesi che, peraltro, sembra per il momento accantonata). «I carichi aggiuntivi sulle banche – scrive Charles Dallara, presidente dell'IIf – non debbono essere tali da minacciare la capacità delle banche di fornire credito per sostenere l'economia». Di sicuro, come ha ricordato il Governatore Mario Draghi nella conferenza stampa del Financial stability board venerdì sera – non minaccerà la ripresa internazionale quella riforma della finanza volta essenzialmente a irrobustire il patrimonio delle banche che il Fsb caldeggia e che il G-20 ha sottoscritto. «Nessuno di noi vuole pregiudicare la ripresa – ha sottolineato Draghi – la riforma, infatti sarà realizzata solo quando la ripresa sarà consolidata e la sua entrata in vigore sarà graduale e passerà attraverso un congruo periodo di transizione». Draghi ha avvertito tuttavia che «non dobbiamo diluire gli obiettivi di lungo periodo della riforma».
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