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Il Commissario europeo al Mercato interno, Charlie McCreevy

12 dicembre 2006

La Ue chiude il caso Popolari

di Enrico Brivio

Cala il siparo a Bruxelles sulla procedura d'infrazione contro il voto capitario dellle banche popolari, aperta nel lontano ottobre 2003. La seduta di oggi della Commissione europea sancirà l'archiviazione del caso, in quanto non sussistono «sufficienti elementi di fatto o di diritto» per proseguire.
Si chiude così con un nulla di fatto, dopo oltre tre anni, un tormentato dossier. Una procedura d'infrazione per presunte restrizioni alla libertà di movimento dei capitali e di stabilimento, che aveva provocato sussulti nei mercati al momento della sua apertura (con balzi dei titoli delle Popolari a Piazza Affari nella convinzione che le banche cooperative potessero diventare più contendibili); ed era poi tornata prepotentemente al centro dell'attenzione pubblica nella primavera 2005, quando Bruxelles avviò il "pressing epistolare" sull'ex governatore Antonio Fazio, per osteggiare ogni indebita agevolazione alla Popolare di Lodi a scapito dell'olandese Abn Amro su Antonveneta, oltre che gli ostacoli al cammino di Bbva verso Bnl.
Anche in quell'occasione, però, alla fine gli uomini del commmissario europeo al Mercato interno, Charlie Mc Creevy, erano giunti alla conclusione di non inviare un «parere motivato», un sorta di comunicazione formale degli addebiti che avrebbe aperto la seconda fase di una procedura d'infrazione comunitaria, per mettere sotto accusa la forma statutaria assunta dalle popolari. Già allora gli esperti di McCreevy ritennero, infatti, di non avere sufficienti basi legali per difendere con facilità un attacco allo statuto delle popolari di fronte alla Corte di Giustizia europea. Posizione che si è poi consolidata nel tempo ed è sfociata nel «non luogo a procedere» di oggi, sull'onda della constatazione che il complesso di leggi che governa le popolari può essere giustificata dalle natura cooperativa dell'attività, anche qualora il capitale venga aperto ad altri investitori.
Di fatto, anche in altri Paesi europei, lo status del credito cooperativo gode di una tutela riconosciuta dall'ordinamento comunitario. Resterebbe da valutare se le popolari nella pratica continuino a soddisfare i «bisogni cooperativi» dei soci, ma si tratta di questione molto scivolosa e opinabile, che Bruxelles preferisce rimandare alle autorità nazionali.
E così l'irlandese McCreevy ha deciso alla fine di mollare la presa, nonostante abbia dichiarato in svariate interviste di essere personalmente a favore del principio "one share, one vote". Ovvero l'esatto contrario del voto capitario che prevede un voto a testa, a prescindere dalle azioni possedute.
Diversa era stata la valutazione che aveva fatto tre anni fa il predecessore di McCreevy, l'olandese Frits Bolkestein, quando nell'ottobre del 2003 aveva deciso di aprire la procedura d'infrazione, sull'onda anche di un esposto ricevuto dall'Associazione nazionale azionisti banche popolari (Asnapop). La lettera di messa in mora da Bolkestein contestava l'incompatibilità della parte del Testo unico bancario riguardante lo statuto delle popolari con gli articoli dei Trattati (43 e 56) che tutelano libertà di stabilimento e di circolazione dei capitali. Sotto accusa erano finiti il voto capitario, ma anche il limite dello 0,5% al possesso azionario, la clausola di gradimento ed il limite alle deleghe per la partecipazione dei soci in assemblea.
Dubbi che la Commissione Barroso ha deciso di accantonare, rimandando la questione in campo nazionale. Non più tardi di una decina di giorni fa, del resto, il viceministro dell'Economia, Roberto Pinza, ha annunciato di voler istiture un gruppo di lavoro per rivedere alcuni punti chiave della normativa sulle banche popolari, riferendosi a limite massimo della partecipazione detenibile, voto capitario puro e non puro e problema delle deleghe. E anche il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha evidenziato la necessità di una riforma delle banche popolari, che pur mantenendo i caratteri essenziali della forma cooperativa, vada nella direzione di una maggiore apertura al mercato, diminuendo rigidità e vincoli esagerati. A questo punto, però, i tentativi di riformare la normativa che regola popolari non potranno più contare sulla spada di Damocle di una procedura d'infrazione comunitaria.



 

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