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Bpm-Bper, sull'asse Milano-Modena la quinta banca italiana

di Walter Riolfi

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20 maggio 2007


Secondo gli amministratori della Popolare di Milano, non dovrebbero esserci sorprese. Il cda, convocato oggi per le 5 del pomeriggio, dovrebbe approvare la fusione con la Popolare dell'Emilia, il cui consiglio si riunisce in contemporanea a Modena. «La gran parte dei sindacati sono d'accordo», spiega una fonte. Sono o sarebbero? «Lo sono», conferma.

Stasera, quindi, dovrebbe essere posta o, meglio, sarà posta ufficialmente la prima pietra di un progetto accarezzato da mesi e negoziato in condizioni incerte, soprattutto sul fronte sindacale. Poi spetterà alle assemblee ratificarlo, ma non prima di settembre-ottobre.

Lo studio di fusione elaborato dai due istituti indica in 290 milioni il totale delle sinergie ricavabili: in parte nel 2008 e soprattutto nel 2009-2010. Nasce un gruppo da 1.900 sportelli (1.181 quelli di Bper, 709 Bpm) e quasi 20mila dipendenti (11.206 Bper, 8.507 Bpm): quantomeno come dati aggregati, poichè gli advisor e i consulenti (Mediobanca e Lehman per i milanesi, Lazard e Citigroup per gli emiliani) stavano lavorando ancora ieri nel ritoccare le cifre del piano industriale e soprattutto i rapporti di concambio. []Il gruppo sarà la quinta banca italiana e si aggiungerà alle maxi aggregazioni fra popolari realizzate nel 2007 fra Bpvn-Bpi e Bpu-Banca Lombarda e quella di minor taglia con la Veneto Banca sulla Popolare Intra.

Come quasi sempre succede in questi casi, dovrebbero essere i numeri indicati dal mercato a determinare i rapporti. E i numeri danno una capitalizzazione di 5,33 miliardi per la banca milanese contro i 4,9 di quella emiliana. Alle quotazioni di venerdì (12,84 la Bpm, 20,9 la Bper), significherebbero 1,6 (circa) azioni della prima per ciascuna Bper. Su questi rapporti la Borsa aveva scommesso da tempo. E da quando si erano diffuse le prime voci di un accordo (inizio febbraio), i due titoli hanno viaggiato quasi in parallelo.

In realtà, nonostante una minore capitalizzazione, Bper ha dimensioni maggiori della Milano: sia in termini di raccolta diretta (37,4 miliardi contro 29,4), sia per il totale delle attività (45,3 miliardi contro 40,7). Tuttavia Bpm vanta un maggior patrimonio netto (3,46 miliardi contro 2,95) e una maggior redditività nel 2006 (399 milioni contro 347). Anche per risparmio gestito la Milano conserva un vantaggio.

Le attività dei due istituti confluiranno in una Spa controllata da un'unica holding (è stata scartata l'idea di una governance duale) che mantiene la statuto di banca popolare: e sarà la terza in Italia dopo la Popolare di Verona in procinto di fondersi con Bpi e dopo Ubi Banca. Quello su cui gli advisor stavano ancora ieri lavorando è la definizione dei ruoli e del futuro delle attività di asset management e di banca d'affari.
In quest'ultimo caso, entrambi gli istituti sono attivi attraverso due società: Banca Akros interamente posseduta dalla Milano e Meliorbanca di cui la Bper è il primo azionista con una quota del 28,2 per cento.

Poi c'è la delicata questione del risparmio gestito. Mentre la banca guidata da Roberto Mazzotta e Fabrizio Viola controlla direttamente Bpm gestioni e possiede il 29,9% di Anima (recentemente acquisito), quella di Guido Leoni ha avuto in Arca (di cui possiede il 20,2%) il suo partner più importante. Bper controlla anche Optima Sgr e detiene il 9,8% di Polis.

È probabile che le attività della banca emiliana debbano essere in qualche modo razionalizzate, anche perchè parecchie società partecipate vedono altre banche popolari come azioniste. È il caso di Meliorbanca, in cui il secondo maggior socio è la Bpi con il 12,2% (cui s'aggiungerebbe il 2% della Verona); oppure di Arca dove il primo socio è Ubi Banca (23,1%) <CS8.4>e ancora il gruppo Verona-Lodi con il 29% circa. Infine occorrerà integrare le diverse società attive nel leasing e factoring, nonchè quelle assicurative. Interessante è che dalla fusione non emergono significative sovrapposizioni. È stato calcolato infatti che solo 9 sportelli (e tutti localizzati in Puglia) potrebbero finire sotto la scure dell'Antitrust.

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