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Buy back a pieno regime: investiti oltre 80 miliardi

di Simone Filippetti

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20 Dicembre 2007
La corsa al buy back

In Borsa è boom di buy back: mentre i mercati soffrono e il 2007 si preannuncia come il primo anno in negativo (o il più deludente) dal 2004 sulle piazze finanziarie, tutti, dalle grandi aziende alle small cap, corrono a comprare azioni proprie. L'ultimo a farlo, ieri, è stato il colosso olandese Philips: con il buy back da 5 miliardi di euro annunciato dalla multinazionale dell'elettronica, salgono a oltre 80 miliardi le risorse che le aziende investiranno per entrare in possesso di loro titoli.
Il cocktail di Borse in calo, liquidità abbondante e poche opportunità di acquisizioni, a causa della difficoltà a reperire debito, è alla base del ritorno di fiamma per i buy back. Fino alla crisi dei mutui sub-prime, che ha innescato una forte stretta di liquidità, il mercato offriva denaro con una facilità tale che molte aziende hanno rastrellato risorse. Denaro che, in una fase di incertezza di mercato, rischia di rivelarsi un boomerang e un fattore negativo piuttosto che un'opportunità. «Tenere liquidità inutilizzata in azienda è una condizione che il mercato oggi non è disposto ad apprezzare – spiega un banchiere d'affari – per cui le Borse penalizzano i titoli di chi non impiega la cassa che tra l'altro ha un rendimento assai modesto». Meglio dunque impiegare le risorse, e se non ci sono operazioni all'orizzonte, ecco che i buy back si rivelano un'opportunità per le aziende. Anche perché grazie al riacquisto di titoli si risollevano i prezzi di Borsa e si tiene in cascina fieno per operazioni carta contro carta per le quali è atteso un boom nei prossimi mesi, vista la crisi di liquidità.

America capofila
È Wall Street che tira la volata di fine anno dei buy back. Il colosso telefonico AT&T, la più grande compagnia di tlc degli Stati Uniti, ha annunciato un maxi-riacquisto da oltre 10 miliardi di euro pochi giorni fa. Anche la mega-corporation dei prodotti per la persona Procter&Gamble si muoverà su questa strada destinando 3,5 miliardi al riacquisto. In Europa il podio va a Siemens che ha varato un programma di buy back da 10 miliardi; 4 miliardi, invece, per il big farmaceutico Sanofi, 3,5 per la società elettrica tedesca E.On e due per il gruppo assicurativo Munich. Lo stesso ha fatto la casa automobilistica Daimler Chrysler, nonostante conti tutt'altro che brillanti: il gruppo utilizzerà 7,5 miliardi per investire su se stesso. I buy back tuttavia non conoscono confini: il gruppo minerario australiano Bhp ha deciso di scommettere fino a 21 miliardi.


In Italia 8 miliardi
A Piazza Affari numerose blue chip hanno deciso di avviare piani di buy back: è il caso della Fiat che la settimana scorsa ha deciso di prolungare fino ad aprile l'acquisto di azioni e potrà spendere fino a 1,4 miliardi. 700 milioni è invece l'importo che Finmeccanica destinerà al suo programma di buy back, mentre un progetto simile lo sta valutando anche Pirelli che ha ridotto il capitale di 400 milioni, una somma da destinare eventualmente al riacquisto titoli. Anche Generali e Intesa Sanpaolo hanno piani di buy back: in totale in Italia si investiranno fino a 8 miliardi.

Matricole e buy back
La mania dei buy back ha contagiato anche le matricole di Piazza Affari. Società approdate in Borsa un anno fa o anche meno, con risorse fresche raccolte sul mercato, hanno deciso di ricomprare azioni. Il fenomeno interessa specialmente le Pmi. Il record del tempismo spetta a B&C Speakers: l'azienda di amplificatori, sbarcata in Borsa a luglio, ha iniziato a ricomprarsi titoli a fine ottobre. L'operazione, ha spiegato l'azienda, era già stata decisa ad aprile e servirà a fare acquisizioni carta contro carta. B&C non è da sola: anche D'Amico Shipping, la società di trasporti marittimi, quotata a maggio, ha annunciato il riacquisto. Identica decisione per l'azienda di cappe Elica, il gruppo di outsourcing Omnia Network e Screen Service: i buy back, in questi ultimi casi, potrebbero lenire un po' le delusioni di Borsa visto che dall'Ipo Omnia perde il 55%, Elica il 44%, D'Amico il 23% e Screen Service il 17,5 per cento.

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