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Perché la ricetta della Fed è la liquidità

di Fabio Sdogati (*)

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31 gennaio 2008

E' successo quel che aspettavamo: la Banca centrale statunitense ha ridotto di 50 punti base il tasso sui fondi federali, portandolo al 3% e nella stessa seduta è stato deciso un taglio di 50 punti base al tasso di sconto, sceso ora al 3,50 per cento. Frequenza e profondità di questi tagli sono inusuali. Perché così tanto, perché in così poco tempo? La prima risposta è che la Banca centrale statunitense possieda informazioni sullo stato dell'economia statunitense che nessun altro possa avere: è possibile che la Fed sappia che i dati pubblicati mercoledì 30 gennaio sul tasso di crescita del Pil siano non veritieri e che effettivamente gli Stati Uniti siano in recessione già dall'ultimo trimestre del 2007, come alcuni commentatori hanno affermato? A questo tipo di speculazione non è serio contrapporre altre speculazioni: la verità è che nell'ultimo trimestre del 2007 il Pil Usa è cresciuto e il Paese non è ancora passato neanche attraverso il primo dei due trimestri di crescita negativa necessari, perché si possa parlare di recessione. Rallentamento, certo. Recessione, no.

È istruttivo leggere con attenzione le motivazioni a sostegno della decisione adottata dalla Fed: «I mercati finanziari e creditizi stanno attraversando una fase di stress considerevole… e informazioni recenti indicano un aggravarsi della contrazione del mercato immobiliare e una certa caduta di tensione sul mercato del lavoro». Due ragioni di preoccupazione: una dal lato della finanza, una dal lato dell'economia reale con particolare riferimento al mercato immobiliare. Quali sono questi dati recenti relativi alla contrazione del mercato immobiliare? I dati relativi al settore immobiliare statunitense a partire dall'estate scorsa recitano che la contrazione è cominciata più di due anni fa. La preoccupazione della Fed è rivolta allo situazione in cui si trovano i mercati finanziari e del credito, situazione sulla quale le enormi quantità di liquidità messe a disposizione non sembrano avere effetti visibili. E gli stessi strumenti finanziari all'origine della situazione presente vengono acquistati da alcune banche centrali in cambio di liquidità: fuor di metafora, si raccoglie carta straccia in cambio di moneta sonante. Eppure non basta. Perché?

La risposta non è complicata. Dalla crisi dei mercati asiatici del 1997-98 in avanti, la politica monetaria è stata accomodante nei momenti di difficoltà dei mercati finanziari e/o del credito. Ciò ha consentito di salvare dalla bancarotta alcune banche commerciali, hedge funds e simili, ma ha indotto gli operatori finanziari a rivedere al ribasso il livello di rischio associato agli strumenti che scelgono di tenere in portafoglio. Un esempio: un gruppo bancario multinazionale ha dichiarato che il loro ufficio di valutazione del rischio non aveva dato valutazioni corrette del rischio associato a certi strumenti finanziari detenuti in gran copia, nonostante avesse a sua disposizione tutti i dati necessari per farlo. Di conseguenza, la banca stessa ha dovuto svalutare di svariati miliardi di euro le attività detenute in portafoglio. Gli uffici di valutazione del rischio hanno a disposizione una gran messe di dati, incluso uno cruciale: in caso di difficoltà del sistema, la banca centrale immetterà nel sistema tutta la liquidità necessaria a salvare le banche.

Non risulta che questa politica stia producendo effetti positivi sul settore immobiliare, nel quale le difficoltà dei mutuatari continuano a aumentare. Intanto prosegue la sceneggiata che vuole la Fed banca informata e lungimirante pronta ad intervenire per evitare il male e la Bce banca arroccata su posizioni vagamente fuori moda, banalmente anti inflazionistiche, testardamente insensibile alla minaccia di una recessione imminente. Ma, così come era avvenuto nel 2000-2201, la macchina della giustizia statunitense si è messa in moto: toccò allora, si ricorderà, alle imprese; tocca oggi alle banche. Grandi, prestigiose banche, nei cui confronti sono state appena aperte inchieste circa gli strumenti finanziari che esse hanno concepito, impacchettato e venduto.

(*) Docente di economia internazionale al Politecnico di Milano

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