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«La sfida di Intesa e Generali»

di Alessandro Graziani

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4 GENNAIO 2008

Il 2008 sarà un anno difficile per l'economia e la finanza. E anche il mercato delle fusioni e acquisizioni cambierà: «Meno operazioni finanziarie basate sul leverage, più deal industriali». Nel settorefinanziario,«è probabile un'accelerazione delle operazioni cross-border con Intesa Sanpaolo e Generali candidate naturali a realizzare importanti operazioni all'estero».Ma il sistema- Italia corre seri rischi. «L'incertezza normativa e fiscale, penso alla retroattività di alcune imposte, rende sempre meno attrattiva l'Italia agli occhi degli investimenti esteri. Colpa della politica ». E' lo scenario che delinea Alessandro Daffina, 48 anni, amministratore delegato e responsabile dell'investment banking per l'Italia della banca d'affari Rothschild. Pochi giorni fa, Mergermarket lo ha consacrato miglior banchiere d'affari europeo del 2007 per aver realizzato operazioni di m&a per 102 miliardi («ma il merito è di tutto il team, nessuna operazione può essere attribuita a un singolo banchiere», si schermisce lui). E' un dato di fatto che Daffina ha avuto un ruolo, talvolta decisivo, nelle principali operazioni finanziarie del 2007: da AbnSantander a UniCredit-Capitalia, fino a Mps-Antonveneta. Il suo punto di vista sulle tendenze del mondo della finanza è dunque qualificato. E non privo di spunti originali.

Come cambierà il mercato dell'm&a nel 2008?
«La crisi originata dai subprime avrà nuove ripercussioni, ce le attendiamo anche in Europa. Sarà difficile vedere operazioni basate sul leverage. I private equity faranno meno acquisizioni che in passato. Se un fondo del calibro di Blackstone deve rinunciare a un'operazione per difficoltà di funding, come accaduto pochi giorni fa, il quadro non è certo roseo. Però proprio questa crisi finanziaria creerà l'esigenza di ristrutturazioni. Vedremo dunque molte più aggregazioni basate su logiche industriali.

In quali settori?
Nell'energia,sicuramente.Come ha fatto Enel in Spagna. E ora l'Eni negli Uk con Burren Energy. Ma penso anche a Terna, che può replicare all'estero i successi domestici. E poi ancora il settore finanziario.

Pensa alle Generali?
Sì, certo. Perché il momento è maturo. Ma anche a Intesa Sanpaolo. Bisogna dare merito a Corrado Passera di aver realizzato con successo e in tempi rapidi un'integrazione non facile. Ora Intesa deve per forza guardare all'estero. Naturalmente, è una necessità non un obbligo.

E la nuova Telecom?
Il gruppo per anni non ha potuto fare investimenti o acquisizioni a causa dei debiti cumulati. Ora deve ridefinire la propria mission. Con il ritorno di un capoazienda come Franco Bernabè, il rilancio diventa finalmente possibile.

Lei lo conosce bene, ha lavorato con voi in Rothschild fino a poche settimane fa...
Siamo dispiaciuti della sua uscita, perché perdiamo un collega di grande valore. Al contempo siamo orgogliosi che il nuovo numero uno di Telecom arrivi da Rothschild. Quanto a noi, siamo da anni un team di successo. Spero che non risentiremo troppo.

La crisi dei mercati ha rotto alcuni tabù. Le grandi banche americane, epicentro del mercato, per salvarsi hanno dovuto chiedere aiuto ai fondi sovrani dei paesi arabi, della Cina o di Singapore. Per estensione logica, verranno «sdoganati» dal mercato anche i capitali delle Fondazioni bancarie italiane?
Non c'è dubbio che le Fondazioni possono ambire a estendere l'attuale ruolo di investitore. A patto che, come fanno i fondi sovrani, si limitino a investire e non pretendano di intervenire nella gestione delle società. E che migliorino la professionalità delle loro strutture gestionali, adeguandosi a quelle dei grandi investitori istituzionali.

Vedremo arrivare anche in Italia i fondi sovrani arabi?
Dubito. Così come non vedo significativi investimenti esteri in Italia. Il sistema-Paese, purtroppo, è sempre meno attrattivo. Pesano l'eccessiva burocrazia e la lentezza della giustizia . Ma soprattutto fa paura l'elevata tassazione. Per non parlare della recente introduzione di norme fiscali retroattive. Dispiace vedere una classe politica che quasi non sembra rendersi conto dell'eco negativa prodotta da un provvedimento del genere. Il risultato è che sempre più aziende estere si rifiutano di investire in Italia.

Per esempio?
L'ultimo, solo di qualche settimana fa. Un gruppo estero ci ha chiesto di individuare un'azienda da acquistare nell'area tra Europa e Medio Oriente. Erano pronti a investire 800 milioni di euro, creando 500 posti di lavoro. Ma hanno escluso l'Italia perché una grande società di consulenza internazionale ha giudicato il nostro Paese inaffidabile.

Colpa della politica?
E' il mondo politico che deve creare le condizioni per rendere l'Italia più attrattiva. L'assenza di ricambio generazionale sta lentamente rovinando questo Paese.

Se è per questo, anche nella grande finanza dominano i "vecchi e potenti"...
I presidenti sono ultrasettantenni. Ma i capi azienda hanno tutti tra 40 e 50 anni. Direi che nella finanza, visti i risultati, il mix generazionale esiste e funziona.

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