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Benedetti, le quattro vite prima di Wind

di Claudio Gatti

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11 marzo 2008


Quando si fa il nome di Alessandro Benedetti, 47 anni, la reazione è unanime: «È un grande», dicono tutti. Anzi di più: «È un mito». Su questo concordano tutte le persone che «Il Sole 24 Ore» ha intervistato nel corso di un'inchiesta durata oltre sei mesi. Decine di conoscenti, professionisti, parenti, consulenti, ex soci, amici ed ex amici.
La sua dote principale: essere un grande affabulatore. Da flauto magico. Capace di incantare sia topini della campagna emiliana, dov'era noto con il nomignolo di "zio Benny", sia figure di spicco della finanza milanese, dov'è stato riverito come il broker della più grande acquisizione a leva finanziaria mai fatta in Europa, quella di Wind da parte dell'imprenditore Naguib Sawiris. Sulla vicenda sta indagando la Procura di Roma che ha ipotizzato per Benedetti il reato di corruzione.
Ma che cosa - e soprattutto chi - c'è dietro quel mito? Beh, una volta tanto non si esagera nel dire che la sua vita è un romanzo. Romanzo che, come ci ha detto un avvocato che lo conosce bene, lui vorrebbe non si scrivesse mai. E del quale solo lui possiede tutte le chiavi di lettura. Poiché se le tiene ben strette – interpellato ieri non ha voluto rispondere – «Il Sole 24 Ore» ha cercato comunque di aprire la sua cassaforte biografica.
Innanzitutto abbiamo appurato che è una fenice. A soli 46 anni è già morto e risorto quattro volte. Dopo il fallimento dell'azienda di gru dei genitori a Sassuolo, cittadina nel Modenese dov'è nato. Dopo il fallimento di due sue società, la Mineraria Italiana e la Francescato. Dopo il crack dell'azienda torinese Commertec.
Dopo quella della milanese Magnetofoni Castelli.
Questa serie continua di picchi e di crolli gli ha instillato un grande spirito di adattamento. Sia chiaro: sin da giovanissimo la sua preferenza è sempre stata per le ville ultra-lussuose, gli alberghi a cinque stelle, le Ferrari e le Mercedes. Ma con il tempo, visti i molti incidenti di percorso, ha saputo adattarsi anche alle galere e alle Panda. In inglese, lingua che parla fluentemente (così come il francese e secondo alcuni il russo e l'arabo), lo si definirebbe un survivor.
Che non vuol dire susperstite. Né sopravvissuto. Vuol dire uno che riesce sempre e comunque a rimanere a galla. Ma torniamo al mito. Che è il filo conduttore di questo... romanzo.
Accuse e patteggiamenti
Benedetti è stato più volte accusato e rinviato a giudizio, ma è sempre uscito indenne, perché è sempre stato assolto. Falso.
In Francia è stato in carcere e in obbligo di dimora, e in Italia ha beneficiato di atti legislativi che hanno depenalizzato i reati per cui era stato condannato, e ridotto i termini di prescrizione di reati per cui era sotto giudizio. Per esempio, lui ama dire a tutti che è stato assolto nel procedimento per la bancarotta della Magnetofoni Castelli. Non è così. È semplicemente successo che il reato è caduto in prescrizione.
Di più: una condanna, vera e definitiva, seppure patteggiata, c'è. «Il Sole 24 Ore» ha trovato la sentenza. È del 12 giugno 2003 (quindi cinque anni fa, non venti). Del tribunale di Torino. Riguarda la bancarotta della Commertec. Leggiamola: «Nel corso dell'udienza preliminare, l'imputato proponeva l'applicazione della seguente pena subordinata al beneficio della sospensione condizionale: anni tre e mesi sei di reclusione, ridotta per le concesse attenuanti a anni due e mesi quattro di reclusione, ridotta per rito a anni uno e mesi sette di reclusione. La richiesta della parti va accolta... (perché) non sussistono i presupposti per la sentenza di assoluzione... È concedibile il beneficio della sospensione condizionale della pena, trattandosi di persona non gravata da precedenti condanne (posto che risulta la revoca, con l'ordinanza del tribunale di Milano del 20 settembre 2002, delle precedenti condanne per reati depenalizzati)».
I richiami all'ebraismo
Chiunque, negli ultimi venti anni, abbia avuto a che fare con Alessandro Benedetti sa che non nasconde in alcun modo - anzi non esita a manifestare apertamente - il suo ebraismo.
Il cognome Benedetti, come De Benedetti, può in effetti provenire dall'ebraico Baruch, e quindi testimoniare un'origine israelita. Ma non è questo il caso. Come ci hanno confermato molti membri, la famiglia Benedetti di Sassuolo è "cattolicissima". Altrettanto cattolica è la famiglia Franzoni, quella della madre di Alessandro. Anche per questo, Benedetti fece le elementari dalle suore del Santa Rita, a Bologna, e a 10-12 anni frequentò la parrocchia di San Filippo e Giacomo (anche se più che altro per giocare a pallone nel campetto di cemento).
Non si può quindi che arrivare a una conclusione: si è «convertito». «Il Sole 24 Ore» ha trovato due testimoni di tale memorabile evento. Il primo è un avvocato emiliano che negli anni 80 ebbe un rapporto professionale con Benedetti: «Un giorno mi disse: se lascio credere di essere ebreo è perché nel mondo i grandi affari li fanno gli ebrei».
Ancora più puntuale è il ricordo di Giorgio M., cugino di primo grado da parte di madre (e per gli ebrei la discendenza è matrilinea): «Attorno al 1986 ha cominciato a fare l'ebreo. Mi ricordo che eravamo insieme nella villa che aveva a Beaulieu-surMer. Venne da me e mi dette una collanina d'oro con la stella di Davide. Voleva che la portassi quando stavo con lui e disse che da allora in poi mi avrebbe chiamato Joshua. Motivo: mi spiegò che per entrare in certi salotti e fare certi affari occorre essere ebrei. Da allora arredò i comodini di casa con libri sulla religione ebraica e cominciò a dire a tutti che era di famiglia ebraica».
  CONTINUA ...»

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