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Maxi-stipendi Usa: la Camera incalza

di Eliana Di Caro

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8 Marzo 2008

«Perché tutti questi soldi anche quando hanno fallito? Che cosa giustifica il fatto che non ci sia un nesso tra il compenso e i risultati?»: sono queste le domande cui hanno dovuto rispondere in un'audizione alla Camera americana gli executive delle grandi banche protagoniste della crisi dei mutui subprime. Amministratori delegati, presenti e passati, che hanno incassato somme stratosferiche mentre le loro società registravano perdite per miliardi di dollari e migliaia di famiglie rimanevano senza casa.
Mel mirino dei parlamentari sono finiti nomi dell'élite di Wall Street: da Charles Prince, ex Ceo di Citigroup, a Stanley O'Neal, ex amministratore delegato di Merrill Lynch, fino ad Angelo Mozilo, fondatore e attuale Ceo di Countrywide, chiamati ieri sul banco degli imputati a Washington, incalzati dalle domande del democratico Henry Waxman, capo della commissione d'inchiesta. «La maggior parte degli americani vive in un mondo in cui le condizioni economiche sono precarie e le conseguenze dei fallimenti pesanti. Ma i nostri top manager nazionali sembrano vivere con regole diverse», ha detto Waxman, nel giorno in cui il presidente di Goldman Sachs Lloyd Blankeinf ha intascato cento milioni di dollari di compensi per il 2007.
«Ogni relazione ragionevole tra retribuzioni dei dirigenti e interessi degli azionisti sembra essersi spezzata. Com'è possibile che facciano tanto bene, mentre le loro società hanno un andamento così disastroso?», ha continuato Waxman, ricordando che Prince ha incassato 10 milioni di bonus e 28 milioni in stock options, O'Neal ha preso 161 milioni quando ha lasciato Merrill, mentre a Mozilo, che ha presieduto alla crisi di Countrywide, ne sono andati oltre 120. Tutto questo a fronte di oltre 180 miliardi di svalutazioni e perdite riportate da tutte le banche dall'inizio del 2007. Merrill e Morgan Stanley, due dei nomi più prestigiosi di Wall Street, stanno solo ora pensando di modificare gli stipendi dei loro executive in risposta alle proteste degli azionisti.
Davanti al j'accuse, i dirigenti si sono strenuamente difesi. «Nell'interesse della società, ho lavorato duramente e mi sono subito dimesso di fronte a quanto accaduto» ha detto Prince, sostenendo che la documentazione sulla quale si basava l'audizione era «incompleta e non accurata» e ricordando di essersi assunto la responsabilità delle perdite di Citi. «In due parole, la società ha fatto bene, e così io» si è limitato a dichiarare Mozilo. Anche tra i deputati gli executive hanno tovato qualche paladino. Il repubblicano della Virginia Tom Davies ha definito l'audizione «una bigotta ricerca di un capro espiatorio. Punire dei dirigenti con una pubblica flagellazione come questa è un rituale politico simile a quello di una tribù che sacrifica una vergine a un vulcano in eruzione». L'intensità del dibattito rivela quanto siano difficili riforme sui super-compensi: la Camera fin dallo scorso aprile ha approvato una legge che dà maggior voce in capitolo agli azionisti sulle retribuzioni dei dirigenti, ma la proposta si è arenata al Senato.

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