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Alitalia, a dieci domande manca ancora la risposta

di Gianni Dragoni

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25 luglio 2008


Il tempo sta per scadere per l'Alitalia. Tenuta in vita con l'iniezione "bipartisan" di 300 milioni di euro di pubblico denaro fatta il 2 maggio (il prestito "ponte", ma nessuno sa verso quale approdo), la compagnia esaurirà entro poche settimane le ultime gocce di liquidità. Anche ieri 2 milioni sono stati bruciati nelle fornaci della Magliana.
Il contatore delle perdite, aggiornato quotidianamente da Radio 24, procede nel suo ticchettio.
Non tiene conto delle liturgie di una politica che stenta a trovare una soluzione a una calamità nazionale, che coniughi il risanamento dell'aviolinea con l'offerta di voli efficienti, sicuri, puntuali, a prezzi che non siano da boutique dei cieli.
Si parla di soluzione vicina, sulla base del lavoro di Intesa Sanpaolo, per una «nuova Alitalia» con l'ingresso di imprenditori italiani. La vecchia società dovrebbe essere commissariata e tenersi la zavorra di debiti ed esuberi. Ma ci sono ancora troppi punti interrogativi, almeno dieci.
Le ricette che oggi si profilano appaiono perdenti nel confronto con la proposta di Air France-Klm, respinta in marzo dai sindacati e da Silvio Berlusconi.


La nuova Marzano
Il piano Intesa presuppone una revisione del diritto fallimentare. Con una nuova legge Marzano si vorrebbe creare uno schermo per evitare che i soci della nuova Alitalia rispondano delle passività attuali, scaricate nella bad company. Ma è complicato varare una legge simile, sia perché la Ue potrebbe contestare aiuti di Stato alla nuova società, sia per problemi di opportunità nel momento in cui lo Stato imporrebbe un sacrificio ai creditori. Il Governo è diviso.
La stangata
Tra i creditori ci sono i possessori dei bond convertibili, emessi per 715 milioni nel 2002. Una quota, 445 milioni, è del Tesoro, 270 milioni sono dei risparmiatori. In caso di rimborso solo parziale, per costoro, come per altri creditori, ci sarebbe una fregatura come fu per i possessori dei bond Cirio, Parmalat, Argentina. Ma stavolta a tirare la stangata sarebbe lo Stato.
Imprenditori riluttanti
Scarsa la disponibilità di imprenditori a mettere capitali nel l'Alitalia. Probabile solo la presenza – con 100 milioni ciascuno – dei concessionari autostradali Atlantia (controllata dai Benetton) e Gavio, premiati dalla legge che regala aumenti tariffari automatici, oltre al costruttore Salvatore Ligresti, che potrebbe ottenere compensazioni con i piani per l'Expo 2015 a Milano.
Air One
Punto fermo del piano è l'integrazione con Air One, nata per fare concorrenza all'Alitalia, ma indebitata e bisognosa di sostegno. Tornerebbe il monopolio sui cieli nazionali, cioè biglietti più cari. Si discute anche sul valore di Air One: per il proprietario, Carlo Toto, circa 500 milioni, per altri tra 100 e 250 milioni. Toto, ricevuto ieri da Gianni Letta a Palazzo Chigi, non metterebbe denaro.
Antitrust
L'Antitrust nazionale, severo in altri tempi per piccole operazioni, come il passaggio di Volare ad Alitalia, non manda segnali di guerra contro quest'unione. C'è però anche la competenza dell'Antitrust Ue, meno duttile alla moral suasion politica.
Confronto Air France
L'offerta dei francesi conteneva l'impegno a ricapitalizzare con almeno un miliardo l'Alitalia in giugno. Denaro che oggi farebbe comodo. Senza spezzatino e senza sacrifici per i creditori. Gli esuberi sarebbero stati 2.120. Altri 3.300 lavoratori sarebbero rimasti in Az Servizi-Fintecna, con cinque anni di lavoro garantito. Con il piano Intesa si prevedono almeno 5-6mila esuberi secchi, forse 7-8mila.
L'equivoco Malpensa
La rivolta guidata dalla Lega contro i francesi era basata sull'abbandono dell'hub di Malpensa. Ma nei piani per la nuova Alitalia non si parla di rilancio dello scalo lombardo, tranne la promessa di qualche volo in più. Lufthansa ha annunciato di farvi una base con sei aerei regionali l'anno prossimo.
Pagano i contribuenti
Nelle ipotesi di spezzatino, lo Stato potrebbe accollarsi, almeno in parte, il pagamento dei vecchi debiti della bad company. Non è stato chiarito quale sarebbe il costo per i contribuenti, ai quali è già stato addebitato l'onere del «prestito ponte» da 300 milioni.
Piano industriale
La ricetta è basata soprattutto su una ristrutturazione finanziaria. A parte l'impatto della riduzione di organico, non è chiaro come il piano riuscirebbe ad abbattere i costi unitari di gestione e ad espandere i ricavi, condizione necessaria per interrompere gli squilibri che durano da 15 anni.
Partner estero
La nuova Alitalia nascerebbe «italiana», solo in una seconda fase si cercherebbe un forte alleato straniero. La società sarebbe quindi debole, una compagnia regionale. Se il punto d'arrivo dev'essere comunque, come è logico, un robusto partner estero (cioè Lufthansa o Air France), non si capisce quale senso industriale abbia avuto respingere l'offerta dei francesi.

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