Il Sole 24 Ore
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21 Settembre 2008

Parla Massimo D'Alema: «Sì al dialogo Cai-sindacati, ma serve un partner estero»

di Alberto Orioli


«Non abbiamo mai lavorato, per quanto nelle nostre possibilità, per lo sfascio. La trattativa deve continuare. Abbiamo distinto tra le molte responsabilità del Governo e la volontà e disponibilità degli imprenditori a rilanciare la compagnia. Cai e sindacati devono recuperare i fili del confronto. Se poi nel frattempo emergesse una partnership internazionale aiuterebbe a chiudere l'accordo con assai maggiore serenità».
Massimo D'Alema, 59 anni, ex ministro degli Esteri, si conferma uno degli animatori del "partito della diplomazia" nella vicenda Alitalia. Domani volerà negli Stati Uniti – rigorosamente Alitalia e secondo i tempi di una solo casuale staffetta con Walter Veltroni – dove avrà modo di verificare sul campo gli effetti della crisi della finanza globale e del clamoroso piano di riossigenazione dei mercati. Scambierà idee con i maggiorenti della Clinton foundation ai quali riproporrà un suo cavallo di battaglia: autorità di controllo adeguate alla effettiva estensione dei mercati ormai globali. «Il Fondo monetario – dice – potrebbe cambiare missione e diventare quell'autorità planetaria in grado di verificare il rispetto delle regole del gioco su vasta scala. È quello che manca oggi perchè le regole e i controlli sono nazionali, ma la finanza è mondiale e questa asimmetria alla fine la pagano i risparmiatori, le imprese, i contribuenti».

Alitalia: quante chance dà al rilancio della cordata Cai?
Non faccio pronostici. Dico che bisogna impegnarsi per evitare il fallimento della Compagnia. Il commissario Fantozzi dovrebbe lavorare per recuperare un po' di tempo. Siamo di fronte a procedure totalmente anomale. C'è Cai che tratta come fosse proprietaria di Alitalia che invece è una società in vendita: se domani qualcuno facesse un'offerta dovrebbe essere presa in considerazione. Oltre tutto ci sono delicati profili giuridici perchè chi si considerasse un possibile compratore discriminato potrebbe fare ricorso. È incredibile come si cerchi di coprire queste anomalie con il fumo nero di un'aggressione al sindacato che dimostra solo – come ha detto giustamente Veltroni – uno stile dilettantesco e arrogante di governo, con l'idea di fondo che si possa trattare la cosa pubblica come fosse cosa propria.

Ma allora la pensa come Veltroni? E le due anime del Pd di cui si parla in queste ore?
Veramente dai giornali di oggi risulta che reagiamo allo stesso modo.

Torniamo invece alle alternative a Cai, non sembrano essercene.
Se fossi nel commissario telefonerei a qualcuno del ramo. Non penso che alle stesse condizioni di Cai siano pochi i possibili compratori.

Fantozzi dice di averlo fatto. Per ora c'è una cordata che ha manifestato l'interesse verso la good company e c'è un liquidatore per la bad company.
È almeno bizzarro che sia passato praticamente sotto silenzio che per costituire la cosiddetta cordata a difesa dell'italianità siano state modificate le regole antitrust, la legge Marzano e sia stato consentito di accollare alla collettività i debiti lasciando al subentrante solo la polpa redditizia della compagnia. Il tutto senza che ci siano altri soggetti in campo. Siamo vittime di una gigantesca opera di propaganda: quando è stata annunciata, cioè in campagna elettorale, la cordata italiana non c'era, ma è servita a Berlusconi a sabotare l'intesa con Air France che sarebbe stata più vantaggiosa per i lavoratori, per l'azienda e per i contribuenti. E chi allora ha sabotato l'accordo strumentalizzando il no del sindacato all'intesa Air France oggi sobilla i suoi giornali al linciaggio del sindacato.

Adesso Air France o Lufthansa?
Non sono scelte che competono alla politica, bensì alle imprese.

Sta di fatto che siamo di fronte a uno stallo. Sindacale o politico?
C'è una questione sindacale importante sollevata da Epifani nella sua lettera con motivazioni a mio avviso più che condivisibili. I sindacati confederali non hanno la rappresentanza dei piloti e dunque non possono firmare per loro conto un nuovo contratto. Se anche firmano Bonanni, Angeletti ed Epifani gli aerei non si alzano dalla pista. Il tema è complesso e ha bisogno di tempo: non si fa una trattativa bloccando le date e scandendola con gli ultimatum. Il pasticcio non lo ha fatto il sindacato ma l'imperizia del Governo.

La Filt Cgil ha ritirato il documento con cui scavalcava la linea Epifani. E lo stesso Epifani ha chiamato Colaninno.
Li considero gesti di grande senso di responsabilità. Il fatto che una parte degli assistenti di volo sia disponibile all'intesa apre un ulteriore spiraglio.

Lei li ha sentiti gli imprenditori di Cai? Sono pronti a ricominciare
Ho fiducia nella capacità imprenditoriale di Roberto Colaninno, che ha fatto bene anche recentemente con Piaggio e con i cantieri Rodriquez, e nella determinazione del nucleo forte creato da Intesa San Paolo.

Colaninno, con la scalata Telecom, è stato il primo grande utilizzatore italiano del sistema delle leve, quello considerato reponsabile della grande crisi finanziaria prima americana poi mondiale...
Se è per questo sono stati molti, anche prima di lui, ad acquistare imprese senza avere i soldi per farlo. Magari non si chiamavano leverage. Colaninno ha avuto il merito di acquistare il controllo di una grande azienda attraverso un'operazione trasparente e di mercato. Era la prima volta che una vicenda di questo rilievo non veniva decisa nei salotti. Poi purtroppo alla fine la Telecom si trovò con un carico debitorio troppo pesante e con una proprietà fragile perchè divisa tra chi aveva interessi industriali e chi solo finanziari.

Un po' come accade per Cai?
Spero che le lezioni del passato siano servite a qualcosa.


Vi ha creato imbarazzo avere come ministro ombra dello Sviluppo economico il figlio di Colaninno?
Per nulla. Servono il Paese in modi diversi e ciascuno fa ciò che deve senza conflitti o interferenze. E lo dimostra il fatto che il Pd ha preso una posizione critica senza alcun condizionamento, nel massimo rispetto delle persone.

Parliamo della crisi dei mercati. Come valuta il piano di salvataggio messo a punto da Bush?
Non vorrei che fosse un modo per socializzare le perdite e lasciare intatte le cause del dissesto e magari al loro posto i responsabili. Avrà un costo altissimo per i cittadini americani, sottrarrà a lungo risorse per lo sviluppo economico. È indubbio che occorre un intervento pubblico ma il problema è stabilirne la qualità. L'equilibrio tra Stato e mercato per me sta nella forza delle regole e nell'efficacia dei controlli.

Lei andrà negli Usa: che effetto le farà sentire magari Robert Reich, l'ex ministro di Clinton, che chiede nuove regole per la finanza mondiale, un po' come la nuova Bretton Woods che propugna da qualche tempo anche Giulio Tremonti?
Le autorità di controllo oggi sono nazionali, i mercati sono globali. È un'asimmetria insostenibile. Da tempo penso – ed è un'idea che circola anche negli ambienti socialisti internazionali – che i compiti di alta vigilanza e controllo vadano affidati a organismi come il Fondo monetario. Tremonti, come altri uomini di destra, si vanno convertendo alle idee e alle proposte dei progressisti. Egli sta riscoprendo una vena culturale della sua giovinezza, un approccio socialista, anche quando propone nuovi piani keynesiani per l'Europa. Anche in quel caso l'idea di creare un fondo europeo, di emettere eurobonds per finanziare infrastrutture è dei socialisti, di Jaques Delors. Solo la parte politica cui appartiene Tremonti ne ha impedito la realizzazione in questi anni.


Non sono lontane le elezioni europee. È dunque keynesiana l'Europa cui guardate per il futuro?
L'Europa del futuro non può essere più soltanto il guardiano della stabilità dei bilanci. Deve promuovere una politica di sviluppo e costituire uno spazio sociale per ridurre le diseguaglianze e proteggere i cittadini. Gli stessi tempi e modi per il raggiungimento del pareggio non possono non tenere conto della congiuntura economica. Non troverei scandaloso rinviare gli obiettivi per poter destinare rilevanti risorse (penso ad esempio a un punto di Pil) a una drastica riduzione della pressione fiscale per salari, stipendi e pensioni medio-bassi.

Ma in tempi di crisi finanziarie gigantesche, se si perde l'obiettivo di contenere il debito, lo sforzo per gli investimenti può essere spazzato via dall'aumento del peso dei tassi.
Resta il fatto che interventi fiscali concordati su scala europea a favore delle fasce più deboli della popolazione hanno un forte impatto sulla fiducia. A noi serve il rilancio dei consumi interni e degli investimenti di qualità in infrastrutture e formazione.

Il piano Bush costa e impegnerà il Tesoro Usa ad aumentare i titoli del debito per anni. E se la Cina diventasse il maggior possessore di bond Usa o si scoprisse che sono i fondi sovrani di Stati a forte islamizzazione ad avere in mano le finanze americane?
È noto che dopo crisi finanziarie come queste cambiano i rapporti di forza geopolitici. Il rischio è che il primato occidentale si riduca solo a primato militare. O c'è un salto nella governance globale oppure aumenta la probabilità di nuovi conflitti.

Secondo Tremonti ha fatto più danni Greenspan di Bin Laden.
Tremonti è intelligente e brillante ma a volte approfitta di queste qualità. Il gusto della battuta può essere controproducente e lo so bene anch'io.


La crisi favorisce Obama o MacCain?
La crisi può favorire il cambiamento. Certo non si può sottovalutare la capacità della destradi cavalcare le paure e credo, però, che sia talmente forte il fallimento di una intera stagione di cultura ultra liberista – che alla fine ha prodotto solo capitalismo elitario e superoprotetto – che Obama ne risulterà rafforzato.

Che effetto le hanno fatto gli scatoloni alla Lehman?
Un dramma. Ma è il capitalismo, no? Quello vero. Da noi non c'è: quando cadi se sei potente hai la rete di protezione, gli altri vanno per terra. Solo i lavoratori e i poveri finiscono in mezzo alla strada. Non mi piacciono le ingiustizie. Sono un uomo di sinistra, un vizio che ho fin da giovane. E quasi quasi le ricordo l'ultima parte del Capitale di Marx, quella che parla dell'«illusoria magia del denaro che produce denaro».

21 Settembre 2008

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