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Borsa: buyback in «rosso»
di 459 milioni per 42 società

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14 Marzo 2009
Chi ha perso di più con le azioni proprie

Un conto salatissimo: 459 milioni di euro. È quello presentato dallo tsunami che ha travolto le Borse mondiali alle 42 società quotate a Piazza Affari che negli ultimi 18 mesi – la durata massima prevista dalla legge – hanno effettuato piani di buyback. La somma, ricavata da «Plus24» sui dati forniti dalle società, rappresenta le minusvalenze (potenziali) sui titoli propri trattati nelle 55 operazioni di riacquisto avviate, sospese, riprese e terminate tra il 2007 e i primi mesi di quest'anno.
Con i listini che cominciavano a battere la fiacca, dall'estate 2007 molti manager hanno creduto di poter impiegare fruttuosamente parte delle riserve o l'eccesso di liquidità investendoli in programmi di buyback, magari dedicati a piani di incentivazione azionaria. In seguito, quando le Borse hanno iniziato ad avvitarsi in picchiata, alcuni Cda hanno cercato – quasi sempre pressoché inutilmente – di sostenere i propri titoli con piani di riacquisto finalizzati a «contenere movimenti anomali delle quotazioni e per regolarizzare l'andamento delle negoziazioni e dei corsi, a fronte di fenomeni distorsivi legati a un eccesso di volatilità o una scarsa liquidità degli scambi», secondo le modalità indicate dall'articolo 144-bis del regolamento Consob 11971 del 1999. Pochissimi invece i casi in cui i programmi concedevano agli amministratori anche l'opzione di "disposizione" (quindi di possibile rivendita) dei titoli propri. Ma nessuna delle 42 società contattate ha raggiunto il tetto del 10% di azioni proprie previsto dagli articoli 2357 e seguenti del Codice civile. Anzi: a causa del crollo dei mercati seguito al crack di Lehman Brothers, tra i 55 piani di riacquisto i danni minori alle casse societarie sono stati causati proprio da quelli sospesi o chiusi in anticipo, quando le azioni acquisite erano ancora poche.
I 55 programmi analizzati da «Plus24» coprono tutto lo spettro delle quotate. Si va da large cap tra cui alcuni nomi eccellenti dell'S&P Mib (come A2A, Atlantia, Autogrill, Benetton, Exor, Finmeccanica, Lottomatica, Mondadori, Prysmian, Saras) a middle e small cap (Aeffe, Amplifon, Ansaldo Sts, Ascopiave, BasicNet, Beni Stabili, Bialetti, Coin, Damiani, d'Amico International Shipping, El.En., Eurotech, Fiera Milano, Gefran, Igd, Ima, Isagro, Kme Group, Maire Tecnimont, Marr, MutuiOnline, Permasteelisa, Poligrafica San Faustino, Poltrona Frau, Reply, Sabaf, Saes Getters e Tiscali), magari quotate all'Expandi (Borgosesia, Bouty Health Care, Conafi Prestitò, Kerself). Il ventaglio vede presenti tutti i settori, con un'unica – notevolissima – eccezione: non c'è quello bancassicurativo (con la parziale eccezione rappresentata da Conafi).
L'analisi ha confrontato gli esborsi complessivi dei singoli programmi, in base ai valori medi di carico, con i prezzi di riferimento segnati in Borsa venerdì 6 marzo. Chi ne esce peggio in termini assoluti è Atlantia: al 31 dicembre 2008, data in cui si è concluso il buyback, Atlantia deteneva 11,48 milioni circa di azioni proprie (il 2% del capitale), acquistate nei primi nove mesi del 2008 al prezzo medio di 18,79 euro per azione (inclusi gli oneri accessori), per un controvalore di 215,6 milioni. Al 6 marzo, quando il titolo segnava un prezzo di riferimento di 9,975 euro, la minusvalenza superava i 101 milioni.
Al secondo posto tra le più penalizzate c'è Mondadori. In base ad acquisti effettuati grazie a precedenti autorizzazioni, a oggi Mondadori detiene 20,1 milioni di titoli propri (il 7,747% del capitale): 15,6 milioni direttamente e 4,5 tramite la controllata Mondadori International Sa. Al 31 dicembre 2007 il controvalore totale delle azioni riacquistate era di 138,84 milioni, con un prezzo medio di carico di 6,9 euro. Ma con i corsi scesi a 2,37 euro, al 6 marzo la minusvalenza era di 91,2 milioni.
Nella "top ten" delle minusvalenze più pesanti per le azioni riacquistate con i buyback segue sul terzo gradino del podio A2A (-51,17 milioni). Poi Amplifon (-37,5), Beni Stabili (-34,15), Saras (-27,2), Benetton (-23,3) e Lottomatica (-21,5). Staccate, ma pur sempre oltre i 10 milioni di minusvalenza, vi sono poi Igd (-11,38 milioni) e Prysmian (-10,95 milioni). I conti delle prime 10 società della lista sono dunque zavorrati da oltre 409 milioni di minusvalenze (potenziali) causate dalle azioni proprie riacquistate tra il 2007 e oggi: in media, oltre 40 milioni ciascuna.
A un'incollatura segue poi Finmeccanica (-9,45 milioni circa). Via via meno pesanti, invece, le perdite ipotetiche di Permasteelisa (-7,7 milioni), Saes Getters (tra ordinarie e risparmio segna -6,9 milioni circa), d'Amico International Shipping (-6,6) e Tiscali (-5,4 milioni). Molto più lontane seguono Damiani (-3,2 milioni), Aeffe (-2,7), Conafi Prestitò (-1,5), Ascopiave (-1,4) e Reply (1,39 milioni).
In termini di calo percentuale tra i valori di riacquisto e il prezzo al 6 marzo, la classifica dei peggiori vede invece svettare Tiscali: la società di Soru segna -87,9% tra i valori medi di riacquisto dei titoli propri (2,379 euro al 3 novembre 2008) e quelli al 6 marzo (0,287 euro). Seguono Amplifon (-86,3%), Saes Getters (-77,7% le risparmio e -76,3% le ordinarie), Bialetti (-69,6%), Mondadori (-65,6%), A2A (-62,3%). Poi d'Amico (-60,2%), Sabaf (-58,6%), Autogrill (-56,8% e infine Damiani (-53,6%).
Valori, comunque, potenziali. In aiuto di amministratori eccessivamente ottimisti (e dei bilanci) è intervenuta la sospensione degli Ias, le regole contabili che prevedevano la valutazione degli investimenti al prezzo corrente di mercato. Sinché non saranno reintrodotte, i conti potranno dormire sonni tranquilli. Molto meno, invece, amministratori e azionisti.
  CONTINUA ...»

14 Marzo 2009
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