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L'Abi tra regole e mercato dopo la crisi

di Rossella Bocciarelli

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2 marzo 2010

Chi ritiene che la storia sia ormai una disciplina da museo è stato sonoramente smentito oggi in occasione della presentazione del volume di Pierfrancesco Asso e Sebastiano Nerozzi, dedicato alla storia dell'Abi negli anni compresi fra il 1972 e il 1991 e pubblicato da Bancaria editrice. Il ventennio della grande trasformazione del sistema bancario italiano, ma anche del duro percorso del Paese verso la modernizzazione e l'Europa di Maastricht, è stato infatti lo spunto per una discussione su temi di estrema attualità per la politica del credito.

Il tema è quello del rapporto che deve intercorrere tra regole e mercato (ma anche tra regolatori e soggetti che al mercato appartengono) dopo la crisi finanziaria internazionale più forte degli ultimi 80 anni: una discussione intensa, subito dopo le relazioni in chiave storica di Alessandro Profumo e Mario Sarcinelli dedicate alla rievocazione, rispettivamente di Silvio Golzio e di Giannino Parravicini. C'è stato chi come Giuliano Amato, padre nobile della legge che all'inizio degli anni '90 ha innescato il processo di privatizzazione delle banche pubbliche, ha sentito l'esigenza di sottolineare che «l'attuale bisogno di nuove regole è il bisogno di un mercato regolato, non di un non mercato». E, sempre in tema di regole, c'è stato anche chi, come il presidente dell'Abi Corrado Faissola, ha colto l'occasione per tornare a perorare l'esigenza di un ripensamento o di una rimodulazione temporale della nuova normativa sui ratios patrimoniali: Faissola ha spiegato infatti che le banche, sebbene intendano collaborare con le istituzioni, sono preoccupate» per una gamma di regole allo studio «e ha ricordato inoltre come le norme di Basilea 3, che impongono un maggior patrimonio, per il sistema bancario italiano possono portare» gravissimi danni «con riflessi anche per l'economia del paese». «Il patrimonio - ha aggiunto - è essenziale per fare banca ma le banche devono essere messe in condizione di poter remunerare il patrimonio». Per il presidente dell'Abi inoltre «le banche italiane sono entrate nella crisi in una situazione migliore degli altri e vorrebbero uscirne almeno in una situazione analoga».

La sollecitazione di Faissola, peraltro, sempre tra le righe e le metafore storiche ha trovato una replica abbastanza netta da parte della Banca d'Italia che stamattina era presente tanto nella sua veste attuale (il vice direttore generale di via Nazionale Giovanni Carosio) che in quella storica (l'ex direttore generale di Bankitalia Pierluigi Ciocca). Carosio si è limitato a far notare che «il tema del capitale, anche dopo il primo accordo interbancario di Basilea non occupa uno spazio centrale nella riflessione delle banche, viene poco messo a fuoco» Un modo garbato per far osservare che rispetto all'esigenza di una adeguata patrimonializzazione,presidio necessario della stabilità, il sistema creditizio italiano soffre di sordità da parecchio tempo. Quanto a Ciocca, oltre alla rivendicazione dell'impulso alla concorrenza nel sistema creditizio impresso da via Nazionale già negli anni 80, c'è stato un suggerimento:«Anche oggi serve discrezionalità nella supervisione». In altre parole, non si può pensare che basti l'automatismo delle regole per prevenire in futuro i modi distorti di fare finanza, se non altro per via dell'antico adagio che dice: fatta la legge, trovato l'inganno.

2 marzo 2010
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