Il Sole 24 Ore
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13 Marzo 2010

FORUM / Paolo Scaroni: «La diversità dell'Eni rispetto ai big un modello che piace al mercato»


Dottor Scaroni, è arrivato al vertice dell'Eni cinque anni fa e allora come oggi le pressioni di una parte della comunità finanziaria per cambiare volto alla società accompagnavano la vita dell'azienda. È convinto delle scelte fin qui compiute e ha voglia di spiegare perché a questo forum?
Le aziende, come le persone, sono il risultato delle cose che fanno e di quelle che non fanno. Quando sono entrato nel gruppo, nel 2005, sapevo poco di petrolio e ho voluto sentire la voce di chi, da tempo, lavorava nel settore. Il concetto che in molti mi presentavano come ricetta vincente era piuttosto semplice: voi siete diversi da Esso, Shell e Total ma questo non funziona, dovete diventare come loro. Sono arrivato all'Eni, tra l'altro, con la fama da semplificatore costruita negli anni di gestione Enel, e ai loro occhi appariva quasi naturale che dovessi vendere Saipem, Snam e tutta l'attività di Gas & Power, e concentrarmi sulla raffinazione. Bene, io non ho fatto nulla di tutto questo. Anzi, ho fatto il contrario: Snam è rimasta, ho investito su Saipem e ho tagliato gli impegni sulla raffinazione. E a cinque anni di distanza posso dire: per fortuna. Saipem ci ha reso il 210%, Snam il 65%, mentre la raffinazione, che per tutti è stato un disastro, per noi è stata solo una piccola catastrofe. Oggi Eni è differente e different is beautiful. È su queste basi che vogliamo costruire il futuro.

Il futuro dell'Eni è legato a doppio filo alla divisione Exploration & Production, che nell'ultimo anno ha pagato lo scenario economico generale, registrando i primi segnali di ripresa solo nell'ultimo scorcio dell'esercizio.
Negli ultimi quattro anni Eni è cresciuta nell'upstream a un ritmo dell'1,7% annuo, di media, tanto che siamo passati da 1,6 milioni di boe al giorno a 1,8 milioni, mentre le altre Exxon, Chevron, Conoco, Shell, Bp, Total e Repsol hanno registrato un calo medio dello 0,47%. Per i prossimi quattro anni abbiamo promesso di crescere del 2,5% all'anno arrivando nel 2013 a ridosso di 2 milioni di barili al giorno. Il solo campo di Zubair a pieno regime darà quasi 1,2 milioni di boe al giorno, una cosa mai vista per l'Eni. E poi contiamo di sfruttare appieno le sinergie del gas.

Il gas è l'altro ramo chiave della strategia dell'Eni e si capisce che lo sarà ancora di più in futuro. Come obiettivo vi siete posti un aumento delle vendite del 3% annuo, non temete il calo della domanda?
L'attività di Gas & Power assicura stabilità nei risultati anche in momenti volatili come questo, è un settore difensivo tanto che i margini del 2009 si sono rivelati superiori a quelli del 2008. Quanto alla domanda, noi ci aspettiamo che d'ora in poi cresca. Aumenterà, banalmente, anche per ragioni storiche: non esistono combustibili più puliti del gas in Europa. La nostra posizione di leader ci consentirà quindi di sfruttare ogni inversione di tendenza, con un impatti diretto sui nostri volumi di vendita che per essere precisi non sono nemmeno determinanti per i nostri risultati.

Quale futuro invece per Snam Rete Gas?
L'Unione Europea lo scorso ottobre ha approvato la terza direttiva sulle reti che lascia libertà di scelta su come affrontare la questione: separazione proprietaria da un lato e separazione organizzativa dall'altro. L'Italia ha tempo fino al 31 marzo 2011 per decidere quale strada imboccare. Noi, tra l'altro, già gestiamo Snam in regime di separazione organizzativa, basti pensare che siamo addirittura in minoranza nel consiglio di amministrazione. Se il governo scegliesse la prima opzione, venderemo, altrimenti saremo liberi noi di decidere che cosa fare di Snam. Se volessimo vendere, in ogni caso, sarà necessario un Dpcm che dovrà passare alle Commissioni parlamentari, il tema, è evidente, non entrerà quindi nella nostra agenda prima di un anno, un anno e mezzo. Nelle more avremo il tempo di valorizzare ulteriormente Snam che dall'acquisizione di Italgas e Stogit estrarrà importanti sinergie.

Nei giorni scorsi ha suggerito l'unione del gasdotto Southstream con Nabucco, suscitando numerose reazioni.
Il Nabucco sembra una di quelle iniziative che è sul punto di partire ma alla fine non parte mai e una delle ragioni potrebbe essere il fatto che è promosso da un'associazione di consumatori, nel capitale non c'è nessuno che fornisce gas. Tuttavia, ha un valore per il motivo stesso che raduna le società che consumano quel gas. Io mi sono limitato a suggerire di vedere i due progetti in maniera complementare, il che comporterebbe risparmi notevoli e una generale pacificazione. Rimane il fatto che noi restiamo assolutamente impegnati su Southstream.

Pochi giorni fa abbiamo appreso che le più importanti utility europee si sono accordate per creare una griglia elettrica in grado di soddisfare le esigenze di tutta l'Europa centro settentrionale. Perché non è possibile fare lo stesso tra società petrolifere nei gasdotti?
È un'iniziativa delle imprese e degli stati europei nell'elettricità, ed è esattamente quello che dovremmo fare nel gas. È tuttavia l'Unione Europea che deve decidere, è da lì che deve partire lo stimolo per creare un'interconnessione tra i paesi. E perché ciò avvenga dovrebbe eliminare le autorità di regolamentazione nazionale e assicurare margini di rendimento su ogni rete di trasporto a prescindere dal gas che ne verrà veicolato. Solo così verrà garantita la sicurezza. Auspico prima o poi un passo avanti di Bruxelles. Se la Ue avesse promosso l'interconnessione tra i paesi europei l'inverno 2008-2009, per esempio, sarebbe trascorso senza il bisogno del gas ucraino.

Cambiando settore, paradossalmente il comparto nel quale all'inizio tutti le suggerivano di investire, ossia il Refining & Marketing, oggi è quasi un tallone d'Achille.
Credo, tra l'altro, che i tempi cupi del 2009 si prolungheranno. Non vedo la luce in fondo al tunnel. Assisteremo a margini depressi nel lungo periodo. Quello che noi contiamo di fare è però di migliorare l'efficienza, senza ipotizzare la chiusura degli impianti, piuttosto valutando fermate programmate. Alla luce anche del fatto che il calo della domanda di prodotti raffinati in America non fa sperare in un aumento dei consumi, limitando lo storico mercato di sbocco. Ci siamo comunque impegnati a riportare il cash flow in positivo nei prossimi due anni. Nel marketing, invece, stiamo facendo faville, stiamo preparando una completo restyling delle nostre stazioni, cambierà l'insegna con l'opalina che porterà solo l'immagine del cane a sei zampe e il brand Eni sulla pensilina. Scomparirà il marchio Agip ma ci sarà nell'arco dei prossimi 24 mesi un completo revamping della rete.

Valuta invece ancora strategica l'attività di trading?
Non la definirei strategica ma molto importante. Gli investimenti richiesti sono praticamente pari a zero mentre gli utili sono particolarmente attrattivi. In più, è un ottimo biglietto da visita per gli accordi internazionali.

L'idea del nucleare?
È un tema che non è mai stato trattato dal consiglio di amministrazione dell'Eni, tanto per farvi capire a che livello di valutazione siamo. In generale il nucleare va fatto in quei paesi dove il cambio di governo non implica un passo indietro, dove è lo Stato ad assumersi l'onere del decommissioning e dove l'Acquirente Unico è disposto a garantire un prezzo minimo. Solo a queste condizioni conviene farlo, e un simile contesto è pensabile in Egitto. Ma perché sia chiaro, questo non vuol dire che siamo in Egitto.

L'Eni, all'epoca di Mattei, faceva anche politica estera per l'Italia. Oggi è cambiata l'Eni ed è cambiato il paese, ma di che tipo di politica estera avrebbe bisogno il gruppo?
Dal punto di vista operativo ultimamente abbiamo fatto qualcosa di veramente innovativo. Ogni mese ci riuniamo con la Farnesina, noi a un lato del tavolo e i diplomatici dall'altra parte, con l'obiettivo di mettere assieme le energie nei paesi dove noi lavoriamo. Per il contratto di Zubair, per esempio, l'ambasciatore Maurizio Melani è stato fondamentale. Sul piano politico, invece, con gli ultimi tre governi abbiamo avuto rapporti eccelenti. Vorrei poi aggiungere che all'estero spesso noi veniamo percepiti in maniera diversa rispetto ai nostri competitor. Siamo molto meno invasivi meno caratterizzati, il che ci rende più ben accetti. Anche perché lavoriamo per migliorare le zone in cui siamo operativi, contribuendo alla crescita dell'area.

Come siete riusciti a costruire un rapporto con il presidente del Venezuela Hugo Chavez, visto come era iniziato il confronto e alla luce dei rapporti con il nostro governo?
Chavez è un politico eccezionale. Sono dieci anni che vince perché interpreta il suo paese. Il nostro approccio con lui è stato muscolare ma disponibile allo stesso tempo e siamo riusciti a raggiungere un compromesso accettabile per entrambe le parti. Lì vivono con il complesso dei gringos, noi non siamo nordamericani e in più lavoriamo bene. E poi, l'ho detto molte volte, il petrolio non si trova in Svizzera. Io devo andare dove c'è.

La speculazione secondo Lei crea danni?
È la schiuma sull'onda, se non ci fosse non ci sarebbe nemmeno l'onda. La speculazione dà liquidità ai mercati. Tutto sommato sono contento che ci sia. Dipende però da chi la fa, in altre parole se la fanno gli hedge va bene, se la fanno le banche no.

Passando a temi di più stretta attualità finanziaria, lo scorso anno avete tagliato il dividendo, quali saranno le indicazioni per il futuro? Che ne pensa invece dell'andamento del titolo in Borsa?
La decisione di tagliare il dividendo è la migliore che abbia preso l'anno scorso. Se qualcuno vuole investire in azioni Eni perché pretende un rendimento dell'8% allora è meglio che lasci stare. Noi promettiamo solo crescita e perché ciò avvenga dobbiamo proteggere la solidità patrimoniale. Così nel nostro piano abbiamo ipotizzato un prezzo del petrolio di 65 dollari al barile che ci permette di assicurare una cedola da 1 euro nel 2010 e da 1 euro più l'inflazione per gli anni successivi. Poi, se il petrolio salirà e in maniera stabile sopra quella soglia, decideremo come modificare la cedola. Quanto al titolo, di solito lo misuro in base al total shareholder return, stando a questo indicatore la nostra performance dal 2005 a fine 2009 è pari al 35,6%, ossia siamo alle spalle solo di Chevron (72,5%) e di Total (43,4%).

Un'ultima domanda, d'obbligo, se le proponessero le Generali?
Non sono interessato, sto facendo il lavoro più bello del mondo.

VIDEO / Il forum con Scaroni al Sole 24 Ore
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13 Marzo 2010

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