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Gros e Mayer: risorse dai paesi in extra-deficit

di Alessandro Merli

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9 Marzo 2010

La proposta di un Fondo monetario europeo, lanciata nel fine settimana dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, agita già da un mese il dibattito accademico, dove ha ricevuto un'accoglienza assai tiepida.

L'idea, avanzata in un paper da due economisti molto ascoltati come Thomas Mayer, della Deutsche Bank, e Daniel Gros, del Centre for European policy studies di Bruxelles, è immediatamente finita sui blog degli economisti di mezzo mondo ed è stata discussa animatamente in un tavola rotonda virtuale dell'Economist.

«La crisi - dicono Gros e Mayer - dovrebbe ormai averci insegnato che le politiche devono esser dirette non a impedire i fallimenti, ma a prepararsi a essi». I due economisti ammettono che la Grecia è il problema di oggi e che potrebbe essere troppo tardi creare una nuova istituzione per affrontarlo. Ma ritengono, che, dato il peggioramento generalizzato dei conti pubblici nell'Unione europea, sorgeranno altri casi. E anche se i fallimenti non sono inevitabili, come dimostrano i severi piani di aggiustamento dell'Irlanda e della Lettonia, sarà inevitabile invece un lungo periodo di incertezza che il Fme aiuterebbe ad affrontare.

Il meccanismo di finanziamento del Fondo prevede che solo i paesi che violano i criteri di Maastricht sul deficit e il debito pubblico siano chiamati a contribuire (in ragione dell'1% del disavanzo e del debito "eccessivo", che superano cioè i criteri del 3 e del 60% del pil). Secondo gli autori del piano, questo dovrebbe fornire chiari incentivi ai paesi perché tengano sempre i conti in ordine e sarebbe il primo vantaggio della proposta. Nessun contributo verrebbe richiesto pre-crisi ai paesi che rispettano i criteri di Maastricht. Con questo meccanismo, sostiene il paper, il Fme avrebbe accumulato 120 miliardi di euro di riserve dall'inizio dell'Unione monetaria. Il suo intervento avverrebbe con prestiti o garanzie contro un programma di aggiustamento concordato con Commissione ed Eurogruppo. Il mancato rispetto del programma porterebbe non solo al taglio di nuovi fondi, ma anche alla sospensione dei fondi strutturali e, infine, all'esclusione dai mercati monetari dell'euro perché il debito non potrebbe più essere utilizzato nelle operazioni con la Banca centrale europea.

L'altro elemento di novità della proposta, secondo Gros e Mayer, è che il Fme potrebbe gestire un default "ordinato" di un paese dell'area euro che non rispetti il programma concordato. Questo avverebbe attraverso il meccanismo dei Brady bonds, già utilizzato nei decenni passati per aiutare i paesi in via di sviluppo a uscire dalla crisi del debito estero evitando di creare contraccolpi su tutto il sistema finanziario. I creditori del paese in default dovrebbero accettare un "haircut", un taglio del valore nominale del debito, ma in cambio avrebbero come controparte il Fme. Si tratterebbe, sostengono i due economisti, di un sistema simile a quello del Chapter 11 usato negli Stati Uniti per le imprese in fallimento.

Molte le critiche ai dettagli e alla filosofia della proposta. Per Desmond Lachman, dell'American Enterprise Institute, si tratta della «reinvenzione della ruota», quando c'è già il Fondo monetario internazionale che ha l'expertise per questi interventi. Per Ted Truman, ex della Fed e del Tesoro Usa, veterano delle crisi debitorie degli emergenti, se il Fme fosse più severo del Fmi nelle sue condizioni, i paesi andrebbero da quest'ultimo. Per Carmen Reinhart, esperta di default sovrani e autrice di un famoso saggio sul tema insieme a Ken Rogoff, si creerebbe un conflitto fra Fme e Bce. Sulla fattibilità politica dell'operazione, e ancor più sulla sua utilità nel caso greco, lo scetticismo è quasi universale.

9 Marzo 2010
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