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Petrolio, contro il barile di carta
che influenza i prezzi reali

di Vittorio Carlini

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9 marzo 2010
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti

Nel luglio 2008 il petrolio ha superato i 147 dollari al barile; nel dicembre successivo è sceso fino a 30 dollari. Un bel saliscendi che ha convinto molti degli effetti della speculazione sull'oro nero. E che ha visto, proprio due anni fa, il ministro dell'economia Giulio Tremonti avanzare una proposta per combattere in Europa il rincaro dei prezzi del petrolio (oltre che delle materie prime e dei prodotti agricoli). In che maniera? Utilizzando i due articoli del Trattato di Roma che sanzionano i cartelli e le intese collusive (81) e gli abusi di posizioni dominanti (82). Bisognerebbe, insomma, applicare agli speculatori che si arricchiscono nel terreno Ue con il caro-prezzi delle commodities il trattamento riservato dagli anni 70 ai soggetti che operano sul mercato Ue senza rispettare le norme della concorrenza stabilite dal Trattato di Roma.

Un'impostazione, quella sopra descritta, cui se ne sono aggiunte altre nel mondo delle commodity. Tra tutte quella di aumentare i margini dei depositi sui contratti future, per scoraggiare così l'attività di chi punta a comprare solo barili di carta.

Già, i barili di carta. Che questi costituiscano un elemento fondamentale nel definire il prezzo del petrolio, lo dimostra uno studio realizzato da due studiosi: Kennet Medlock e Amy Myers. Il report, già pubblicato dal sole24ore.com, sottolinea come alla borsa del petrolio abbiano sempre preso parte, seoondo una distinzione della Commodity Futures Trading Commission, due tipi di trader: i commercial e i non commercial. I primi sono, in generale, i produttori e i consumatori di oil. Coloro che, se produttori-venditori, si coprono dalla volatilità dei prezzi vendendo allo scoperto i future sull'oro nero: quando il prezzo scende, controbilanciano la perdita sulle vendite fisiche con i guadagni sul derivato; quando il prezzo sale, perdono con il future e guadagnano con le vendite. Gli altri, i non commercial, scommettono solo sul barile di carta: prendono profitto sulle variazioni dei prezzi.

Ebbene, «questi ultimi - scrivono gli esperti- nel 2002 rappresentavano circa il 2o% del mercato dei future; adesso valgono il 50 per cento». Di più: «i contratti aperti dai non commercial sono diventati un fattore rilevante nel determinare i prezzi. In generale dalla metà del 2003, cioè da quando le quotazioni hanno iniziato a salire, la media netta tra le posizioni degli speculatori è sempre stata in acquisto. E quando la loro quota sul mercato ha raggiunto il massimo il petrolio ha toccato il picco a 147 dollari». Insomma - è il pensiero degli autori -, domanda e offerta reale contano ancora, e molto. Tuttavia, è indubbio che la strategia di fondi, hedge fund e investitori finanziari si è ritagliata un ruolo di primo piano: nel caso del 2008 ha contribuito a portare i prezzi sempre più su, creando una bolla. Che, poi, è puntualmente scoppiata.

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9 marzo 2010
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