La pesante sconfitta di Francesco Rutelli nel ballottaggio per scegliere il sindaco di Roma dimostra che è stata quanto meno frettolosa la diagnosi, fatta da molti analisti all'indomani del voto per le politiche. Diagnosi per la quale il tallone di Achille del Partito democratico era soprattutto al Nord. Non è così. Il 14 aprile il Pd ha tenuto al Nord le sue pur fragili posizioni, nonostante la massiccia avanzata della Lega che ha messo in difficoltà anche il partito di Berlusconi e Fini. Ha invece perduto, e massicciamente nelle Regioni del Mezzogiorno, a cominciare dalla Campania di Antonio Bassolino. E il secondo turno, che ha bocciato Francesco Rutelli, conferma quella linea di tendenza, che peraltro si era palesata anche in Puglia e in Sicilia. L'ex sindaco di Roma già presidente della Margherita, indipendentemente dai suoi meriti, è stato recepito dall'opinione pubblica (anche quella più vicina al Centro-sinistra) come la riproposizione di qualcosa di vecchio, e sopratttutto di continuità con un gruppo dirigente troppo spesso autoreferenziale.
Il voto di Roma, unito a quello di tutto il Mezzogiorno, è qualcosa di più di un campanello di allarme per Veltroni. E' la prova che non basta dichiararsi rinnovatori per essere avvertiti come tali. Insomma, si può anche correre da soli, facendo pagare un prezzo altissimo agli ex alleati. Ma non basta se poi ci si presenta all'elettorato con candidati e gruppi dirigenti, che, nella migliore delle ipotesi, sono durati troppo a lungo. Ora il rischio è che nel Pd si apra un pesante quanto inutile regolamento di conti interno tra i rappresentanti di questi gruppi dirigenti. Non aiuterebbe Veltroni, non favorirebbe l'indispensabile rinnovamento, ma rischierebbe di travolgere quel che resta dopo due turni elettorali andati davvero male.