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Contratti a termine: Sacconi studia deroghe oltre 36 mesi

di Nicoletta Picchio

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16 Maggio 2008
Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi
Pensioni-lavoro, vicino il ritorno al cumulo
di Davide Colombo

Non c'è solo il taglio fiscale su produttività e straordinari. Nel carnet del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, rientra anche una revisione delle regole sui contratti a termine. Il Governo Prodi aveva rivisto le scadenze, limitandole: 36 mesi, più una sola proroga, concordata tra azienda e sindacati, di altri otto.
Sacconi pensa di stabilire un diverso sistema di deroghe oltre i 36 mesi, da concordare con i sindacati nazionali, che dovrebbe attivarsi in caso di intese negoziali a livello aziendale. Sacconi ha escluso ogni azione unilaterale da parte del Governo. La linea del ministro, rispetto alle scelte del suo predecessore, è «la continuità se possibile e la discontinuità se necessario». E certamente il protocollo sul welfare firmato Prodi non interpreta l'idea di flessibilità del neo ministro Sacconi: è stato un errore cancellare in parte il lavoro intermittente, ha detto durante la trasmissione Economix, ed è illusorio «produrre posti di lavoro stabili per legge», cioè irrigidendo i contrati a termine. Per questo Sacconi pensa a deroghe rispetto al tetto dei 36 mesi.
Ma di questi argomenti si parlerà più avanti, dopo aver affrontato il tema della detassazione di straordinari e premi di produttività che sarà oggetto del Consiglio dei ministri di mercoledì prossimo.
Ieri Sacconi ne ha discusso a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, il Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio. Ma prima ancora ne aveva parlato con il ministro del Lavoro ombra del Pd, Enrico Letta. L'incontro è stato all'Arel, il centro studi di cui Letta è artefice. C'è stata una identità di vedute sulla necessità di rivedere le regole del modello contrattuale e l'impegno ad un confronto costante. «Un contatto utile, un gesto molto apprezzato», ha commentato Letta. Tornando al decreto su straordinari e produttività, il problema di fondo è la copertura ed in base alle risorse si stabilirà il perimetro dell'intervento. Ieri Sacconi ha confermato che ci sarà un tetto di reddito, senza specificare la quota (l'ipotesi più accreditata è 35mila euro), e che l'idea è di una cedolare secca al 10% per un periodo sperimentale di sei mesi, tra giugno e dicembre. «Ci interessa fare una sperimentazione su una larga platea di operai e impiegati», ha detto il ministro del Welfare, lasciando ancora aperta la questione se estendere la misura al pubblico impiego (che sembrerebbe escluso). Sacconi ha escluso sgravi fiscali attraverso aumenti delle detrazioni: «Se spalmassimo le risorse su tutti i redditi, non daremmo nemmeno una tazzina di caffè al giorno e non ci sarebbero effetti meritocratici». Altra questione aperta, se collegare la detassazione agli accordi collettivi di produttività o renderla possibile anche per i premi individuali, un punto su cui preme Confindustria.
Con un tetto a 35mila euro di retribuzione per la detassazione degli straordinari, la platea potenzialmente beneficiaria sarebbe quasi 18 milioni di lavoratori, con un costo intorno ai 2 miliardi. Il decreto del Governo potrebbe dare un'accelerazione alla riforma del sistema contrattuale. Per Sacconi la piattaforma sindacale è un fatto positivo, ma «bisogna accelerare il cambiamento».

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