Il Sole 24 Ore
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4 Maggio 2009

Tutti i nemici di Mattei

di Giuseppe Oddo

Enrico Mattei ebbe, in vita, più nemici che amici. E non solo tra le "sette sorelle" del petrolio, che ostacolarono finché poterono il progetto del fondatore dell'Eni di assicurare a un'Italia uscita distrutta dalla guerra l'accesso diretto alle fonti di energia. I suoi più acerrimi avversari, accanto alle grandi imprese private che guardavano con preoccupazione alla nascita di un nuovo ente petrolifero di Stato, si annidavano nel suo stesso partito, tra le varie correnti della Dc, che temevano forse più degli stessi industriali lo strapotere di Mattei e la sua capacità di condizionare con i soldi del petrolio i partiti e la politica del Governo. Nella fiction che è andata in onda ieri, domenica su Rai Uno e che si conclude stasera, tutti questi elementi ci sono, e a tratti anche ben calibrati, soprattutto nella prima parte. «Li vedi questi che ti salutano e ti sorridono?», dice a un certo punto Alcide De Gasperi a Mattei all'uscita di un consesso di grandi capi Dc. «È tutto teatro: metà di loro ha chiesto la tua testa».
Ostili al "principale", come lo chiamano i compagni che hanno combattuto con lui la guerra partigiana e che ora lo affiancano all'Eni, sono i vertici della Esso, che vorrebbero impadronirsi delle concessioni dell'Agip in Val Padana. Ostile è l'ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, Clara Boothe Luce, moglie dell'editore di «Time», che preme su De Gasperi per conto delle major americane perché convinca il riottoso Mattei a liquidare l'Agip, un carrozzone messo in piedi durante il fascismo che ha dilapidato denaro pubblico senza trovare una goccia di petrolio. Ma Mattei non ha alcuna intenzione di mollare l'Agip. Anche perché ha saputo, nel frattempo, degli scavi condotti segretamente una decina d'anni prima da Carlo Zammatta nella campagna di Cavriaga, dove è stato scoperto il primo pozzo di metano. Dal sottosuolo, associato al gas, esce anche una modesta quantità di petrolio. E tanto basta a Mattei per convincere De Gasperi che la Val Padana galleggia nell'oro nero e che l'Italia deve investire nella ricerca mineraria. Così, dalla liquidazione dell'Agip si passa alla costituzione dell'Eni, per la cui battaglia in Parlamento si rivelerà essenziale il ruolo di un altro grande democristiano, Ezio Vanoni.
La forza creativa del fondatore dell'Eni, il suo trasferimento da Matelica a Milano come piccolo imprenditore privato alla guida dell'Industria chimica lombarda grassi e saponi, il suo essere sempre e in ogni circostanza uomo d'azione, sia durante la lotta partigiana sia dopo, alla guida del "cane a sei zampe", risultano abbastanza fedeli alla figura di Mattei. Azzeccato appare anche il rapporto professionale e umano con Marcello Boldrini, il professore della Cattolica che introduce Mattei nella Resistenza, presentandolo a Giorgio La Pira e agli altri capi del mondo cattolico, che partecipa alla nascita della Dc per poi diventare vicepresidente dell'Eni e assumerne la presidenza dopo la scomparsa dell'amico.
S'intravede appena, invece, la figura di Eugenio Cefis, che avrebbe meritato ben altro rilievo. Cefis era il vero numero due dell'Eni. Su di lui è stato scritto tutto e il contrario di tutto. È Cefis ad assumere la guida operativa del gruppo dopo la morte di Mattei. Prima se ne va dall'Eni per i dissidi con Mattei, per poi rientrarvi quando Mattei muore. Ed è Cefis a stringere gli accordi con le grandi compagnie petrolifere con cui il fondatore dell'Eni, nella fase pionieristica, era entrato in rotta di collisione. Ma nel 1962 Mattei stava già trattando con la Esso ed era in procinto di compiere un viaggio negli Usa per un incontro con il presidente Kennedy e una laurea ad honorem all'università di Stanford.

Più sintetica e riduttiva appare la seconda parte della fiction, quella dedicata agli accordi con i Paesi produttori come l'Iran di Reza Pahlevi e la Russia di Kruscev, con la quale Mattei sottoscrisse un contratto di importazione di petrolio, pari al 40% del fabbisogno nazionale di allora, in cambio di merci italiane. Un contratto economicamente conveniente per l'Italia, che però destò grande preoccupazione nei circoli politici atlantici e americani. Il mondo era diviso in blocchi e su di esso incombevano la guerra fredda e la minaccia nucleare (che nel 1962 sfocerà nella crisi dei missili di Cuba).

La fine di Mattei resta il punto più controverso della storia. Gli autori della fiction parteggiano per la tesi dell'attentato. Il «Morane Saulnier» a bordo del quale viaggiava Mattei di ritorno da Catania la sera del 27 ottobre 1962 diventa una palla di fuoco mentre è ancora in volo, frantumandosi in mille pezzi. Ma nulla si dice circa i mandanti del delitto. Solo un riferimento nei titoli di coda all'inchiesta del pm Vincenzo Calìa, archiviata nel 2005, secondo cui il piccolo aereo a reazione fu sabotato a Fontanarossa e fatto esplodere con un meccanismo collegato al sistema di apertura dei carrelli.

4 Maggio 2009

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