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Tokio alle strette per la paura di un calo nei consumi

dal nostro corrispondente Luca Vinciguerra

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29 SETTEMBRE 2008

SANGHAI – Le Borse asiatiche accolgono con freddezza l'accordo raggiunto nel fine settimana dalle forze politiche americane sul piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari del sistema finanziario statunitense.
La Borsa giapponese, dopo aver aperto timidamente al rialzo, ha prima ripiegato sulle posizioni di partenza e poi è tornata in territorio negativo archiviando la seduta con una perdita dell'1,3% a 11.744 punti. Quella di Hong Kong è partita male ed è finita peggio: sommerso da una progressiva ondata di vendite, l'Hang Seng è scivolato sempre più in basso, e ha finito per chiudere la giornata a 17.876 punti con una perdita secca del 4,3% rispetto a venerdì scorso, vicino ai minimi degli ultimi due anni.
Perché gli investitori asiatici hanno accolto il piano Paulson con scetticismo e indifferenza? La risposta è nella performance odierna delle singole blue chips o di alcuni settori.
Oggi a Tokio hanno perso terreno i titoli delle banche. Non poteva andare diversamente. Nonostante il compromesso politico raggiunto a Washington sul maxi-salvataggio pubblico da 700 miliardi di dollari, infatti, in tutto il mondo il settore finanziario resterà ancora a lungo in preda a incertezza, instabilità e turbolenza. E l'Asia non sarà certo un'eccezione.
Ma, soprattutto, oggi hanno perso terreno le grandi regine del made in Japan nel mondo, come Honda e Toyota. La debacle odierna delle società export-oriented nipponiche (non è la prima e non sarà l'ultima) racchiude l'inquietudine dei mercati asiatici sulle conseguenze future della terribile crisi finanziaria che ha sconvolto nelle ultime settimane i mercati: con l'aria che tira, nei mesi a venire i consumatori di tutto il mondo – non soltanto quelli americani – chiuderanno sempre di più i loro portafogli.
A Hong Kong, invece, il tema della giornata è certamente la caduta in picchiata (-9%) del gigante assicurativo cinese, Ping An Insurance. La causa del tracollo è semplice: Ping An Insurance detiene in portafoglio una partecipazione del 5% nella Fortis. Alla luce del recente salvataggio di quest'ultima operata dai tre Governi del Benelux (11 miliardi di euro), l'investimento della compagnia cinese equivale poco più che a carta straccia.
In questa brutta avventura della compagnia assicurativa cinese, risiede l'altra fonte di inquietudine per le Borse del Far East. Reinvestire, rimborsare, ristrutturare è il motto del Piano Paulson che nelle prossime ore sarà approvato dal Congresso Usa. Ma all'Asia, che negli ultimi anni ha sostenuto la crescita del sistema finanziario americano e anche quello europeo, alla fine cosa ne verrà in tasca?

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