L'Italia si è impegnata a non usare e soprattutto a non concedere l'uso delle basi sul suo territorio alla Nato e agli Stati Uniti nell'ipotesi di una futura «aggressione» contro la Libia. Nel suo discorso di domenica notte a Bengasi, subito dopo la firma del 'Trattato di amicizia e cooperazionè con l'Italia, il colonnello Muammar Gheddafi ha svelato davanti al parlamento libico alcuni retroscena e particolari in più dell'accordo appena siglato con il premier Silvio Berlusconi.
Parole che solo martedì l'agenzia libica ufficiale Jana ha diffuso sul proprio sito web e che Palazzo Chigi ha voluto subito circoscrivere, precisando i contenuti dell'accordo: «In relazione a quanto riportato dall'agenzia di stampa libica Jana circa il trattato firmato sabato scorso tra l'Italia e la Libia - ha puntualizzato il governo italiano - si precisa che l'accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale».
Impegni che quindi, fa intendere Palazzo Chigi, comprendono quelli di "mutuo soccorso" sottoscritti con l'Alleanza atlantica, ma Roma «ha specificato con grande chiarezza che ci sono trattati internazionali multilaterali che non possono essere rimessi in discussione».
Già lunedì erano stati diffusi alcuni passaggi del discorso di Gheddafi nei quali il colonnello aveva riferito che la Libia sarebbe stata pronta ad «azzerare» i rapporti con l'Italia se Roma non avesse chiesto scusa per il passato coloniale e risarcito «in maniera adeguata» il popolo libico. E la difficoltà nelle trattative durate anni sono state confermate dalle rivelazioni di ieri.
Attorno all'articolo 4 del Trattato - quello appunto che nella sua formulazione recita «Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l'Italia non userà e non permetterà di usare il suo territorio per ogni (eventuale, ndr) aggressione contro la Libia» e viceversa - le diplomazie italiana e libica hanno trattato a lungo. Con Roma che voleva limitarsi ad escludere «atti ostili» dell'Italia contro Tripoli e i libici che invece insistevano per comprendere il riferimento a terzi, ovvero alla Nato e agli Stati Uniti. La ragione l'ha spiegata proprio il colonnello: la Libia non vuole una riedizione dell' '86, quando aerei della Sesta flotta americana «diretti - secondo il colonnello - con i radar da una stazione americana nell'isola di Lampedusa» bombardarono Bengasi. All'epoca ci fu una sterile reazione di Tripoli, che lanciò due missili Scud contro Lampedusa senza centrare il bersaglio. E ora i libici volevano essere sicuri che «nè l'America nè la Nato avrebbero usato ancora basi in Italia contro la Libia».
Per convincere i negoziatori italiani ad inserire l'articolo 4 nel trattato, ha concluso Gheddafi, «abbiamo detto che la questione altrimenti non sarebbe stata chiusa e che noi non avremmo mai perdonato l'Italia per quello che aveva fatto contro di noi».
Un portavoce della Nato a Bruxelles si è limitato ad un 'no comment' sulle parole di Gheddafi, spiegando che l'Alleanza non conosce al momento i dettagli dell'accordo italo-libico. Anche gli Stati Uniti hanno spiegato di non avere informazioni di merito, ma per bocca del sottosegretario agli Esteri David Welch hanno promosso il patto siglato tra Roma e Tripoli come «uno sviluppo positivo che si inserisce nel nuovo sentiero di collaborazione intrapreso dalla Libia».
In Italia invece, il ministro degli Esteri ombra del Pd Piero Fassino ha bollato come «imbarazzata e reticente» la nota di Palazzo Chigi, invitando il governo a riferire in Parlamento: «Ci sorprenderebbe molto - ha avvertito Fassino - che ci siano accordi di quel tipo, perchè non si conosce nella diplomazia e nelle relazioni internazionali un paese che rinunci preventivamente a decisioni che attengono alla sua sovranità e all'interesse nazionale. È incomprensibile stabilire oggi che non si concederanno mai basi alla Nato».
«Il governo non si oppone mai alle richieste di audizione in Parlamento», gli ha replicato Frattini. «È evidente che la precisazione della presidenza del Consiglio chiarisce, e in questi termini - ha concluso - riporteremo in Parlamento».