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Dal vertice di Sharm el-Sheik un triste risultato

di Ugo Tramballi

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18 gennaio 2009


Dieci capi di Stato e di Governo, il presidente di turno della Ue, il segretario generale Onu e quello della Lega Araba. Mancavano solo gli americani, i più importanti, per la casuale sovrapposizione di una guerra in Medio Oriente e una successione presidenziale a Washington. Tanta esposizione di potere globale per il solito problema: la soluzione dell'infinito conflitto tra israeliani e palestinesi attraverso la formula dei due Stati. Banale a dirsi, ma da 60 anni apparentemente impossibile da realizzarsi.
A Sharm el-Sheikh è stata invocata una tregua definitiva, premessa per l'ennesima ricostruzione di Gaza. Una parte in causa sul campo di battaglia che deve garantire la pace e favorire lo sviluppo economico della striscia, è stata individuata. Ovviamente Israele. E l'altra? Come il fantasma di Banquo c'era: aleggiava fastidiosa nella sala sontuosa del breve vertice sul Mar Rosso e in quella troppo piccola per ospitare la conferenza stampa di 12 personalità, contemporaneamente. Ma nessuno riusciva a dire "Hamas".
Gli israeliani sostengono di aver raggiunto i loro obiettivi della guerra. Ma Hamas non si è arreso, è ancora vivo: militarmente piegato ma politicamente presente, continua a pretendere che si adottino le sue condizioni. Questa è la fase nebbiosa di fine conflitto in cui è difficile capire chi vince e chi perde davvero. Da Annibale in poi, la Storia ha dimostrato che una grande vittoria militare col tempo può trasformarsi in una sconfitta politica, e viceversa. In attesa di capirlo, é il movimento islamico, decimato ma sopravvissuto alla guerra, che ora deve garantire la tregua da parte palestinese e che rischia di dover amministrare la ricostruzione di Gaza.
In America e in Europa Hamas è ufficialmente un'organizzazione terroristica. Fra gli arabi moderati è un pericolo. Ma anche senza desiderarlo, i 12 saggi di Sharm el-Sheik implicitamente e fatalmente hanno riconosciuto il movimento islamico. Potrebbe essere questo il triste risultato di un'altra inutile guerra mediorientale.

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