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Dal magistrato la partita dell'autonomia catalana

dal corrispondente Michele Calcaterra

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29 Novembre 2009

MADRID - Questa sera si gioca Barcellona-Real Madrid: cules contro merengues, una classica che va ben al di là della semplice partita di calcio. Nella sostanza due modi diversi di intendere il medesimo paese, la Spagna. Ovviamente si tratta di un appuntamento carico di tensione e quest'anno particolarmente sentito dato che prima della fine del 2009 il Tribunale costituzionale dovrà decidere sulla legittimità dell'Estatut Catalan approvato nel 2006 (sia dalle Cortes, sia da un referendum popolare in Catalogna), ma impugnato dal Partito popolare che lo considera incostituzionale e quindi inaccettabile laddove definisce la Catalogna una nazione avente diritto a una propria bandiera, a una festa nazionale, a un inno e a una propria lingua.

È da molti anni, ormai, che la vicenda si trascina e che viene utilizzata dalla Catalogna come grimaldello per ottenere favori dai socialisti, impossibilitati a governare senza l'appoggio esterno di alcuni partiti regionali. Non è un caso, del resto, che l'autonomia abbia recentemente ottenuto un terzo (vale a dire 3,8 miliardi di euro) degli aumenti addizionali promessi per il rifinanziamento delle regioni nel 2011, forte del contributo del 18,6% che dà al Pil nazionale complessivo e del 16% della sua popolazione.
Sta di fatto che i rapporti sull'asse Barcellona-Madrid vivono di fasi alterne e in questo momento attraversano un ciclo basso. Zapatero getta acqua sul fuoco delle polemiche, ma è chiaro che la pubblicazione nei giorni scorsi in contemporanea su 12 quotidiani catalani, di un editoriale di denuncia intitolato "La dignità della Catalogna", non aiuta a rasserenare gli animi.
Nel testo, che ha ricevuto l'appoggio della società civile, della maggioranza degli imprenditori e dei più noti sportivi della regione, si chiede perché la Spagna non dovrebbe accettare la Catalogna come nazione quando l'articolo 2 della Costituzione parla di «una Spagna integrata da regioni e nazionalità». E si spinge ancora più in là quando sostiene che non bisogna confondersi su quale sia il dilemma reale del paese: progresso o regresso; accettazione della maturità democratica di una Spagna plurale o blocco della stessa.

Una sentenza negativa del Tribunale costituzionale rimetterebbe in gioco, secondo i catalani, gli ultimi trenta anni di democrazia del paese e i progressi ottenuti in termini di decentramento amministrativo e di convivenza delle diverse culture e identità nazionali. Quanto basta, dunque, per sollecitare un forte soprassalto di dignità da parte della popolazione catalana che peraltro, negli ultimi mesi, non è stata affatto silente.
Basti pensare che in un centinaio di comuni della regione il prossimo 13 dicembre si terrà una consultazione popolare sull'indipendentismo catalano e la domanda referendaria sarà la stessa presentata a settembre (e passata a larga maggioranza) nel piccolo centro di Arenys: «È d'accordo che la Catalogna si converta in uno stato di diritto, indipendente, democratico e sociale, integrato nella Ue?».

La risposta è scontata, anche se la popolazione forse non si rende conto che l'autonomia della Catalogna si è già spinta molto in là. Basti pensare che il catalano è la lingua ufficiale nella pubblica amministrazione, così come quella insegnata nelle scuole. Oltre al fatto che la regione si comporta già da nazione all'estero con proprie delegazioni commerciali e ambasciate.
Il rischio frammentazione in Spagna è dunque molto elevato se si pensa che oltre a quelle della Catalogna ci sono le rivendicazioni di regioni come quelle basca e galiziana. Separatismi che non sempre sono positivi. Sul fronte economico, ad esempio la Catalogna è ancora in forte recessione, mentre Madrid è sul punto di invertire la tendenza negativa.

29 Novembre 2009
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