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Il dilemma di Obama: inviare o no un messaggio per il capodanno persiano

di Vittorio Da Rold

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17 marzo 2010
Il dilemma di Obama: inviare o no un messaggio per il capodanno persiano


Che farà l'amministrazione americana quest'anno in occasione del Nowruz, il Capodanno persiano, il 21 marzo? E soprattutto che dirà agli iraniani, se deciderà di farlo, per la seconda volta in trenta anni?
L'anno scorso, Obama ha usato la celebrazione - una festa dell'equinozio di primavera che gli iraniani hanno osservato fin dai tempi più remoti - per cercare, per usare le sue parole, «la promessa di un nuovo inizio» con un paese che ha tormentato i politici americani per tre decenni e ha segnato la fine politica del presidente democratico Jimmy Carter. Come ricorda, Barbara Slavin su Foreign Policy, Obama un anno fa tese la mano al popolo iraniano e, abbandonando la politica dell'Asse del Male di Bush, anche ai leader della "Repubblica islamica dell'Iran", riconoscendo così implicitamente la legittimità del governo iraniano e ipotizzando che gli Stati Uniti non perseguono più una politica di cambiamento di regime.

Un messaggio di rottura che si ricollega al discorso di apertura verso il mondo musulamno tenuto a Istanbul nel dicembre 2009 e poi a il Cairo. Obama l'anno scorso anno disse agli iraniani di essere pronto a voltar pagina. «Tra Iran e Usa c'è un futuro di maggiori opportunità di partnership e di commercio. Un futuro in cui le vecchie divisioni sono superate, in cui l'Iran e tutti i suoi vicini e il resto del mondo possa vivere in pace e sicurezza». Belle parole che non lasciarono nessun segno a Teheran.

Un anno più tardi, i funzionari americani si ritrovano con un pugno di mosche in mano, i cinesi sempre più insediati nell'economia petrolifera iraniana mentre all'Occidente restano solo delusione e frustrazione a causa della mancanza di progressi, in particolare sul controverso programma nucleare iraniano.

Tutto ciò che Washington ha ottenuto è una riunione a Ginevra, un incontro di 45 minuti tête-à-tête avvenuto il 1° ottobre tra il Sottosegretario di Stato Bill Burns e Saeed Jalili, il negoziatore nucleare iraniano più alto in grado sul dossier nucleare che risponde direttamente alla Guida suprema Ali Khamenei. Contatti segreti successivi non risultano esserci stati e anche se ci sono stati non hanno concluso molto.

Dopo l'incontro, Jalili ha detto agli americani che aveva accettato un piano per l'invio di due terzi delle scorte da parte dell'Iran di uranio a basso arricchimento per l'ulteriore trasformazione da parte della Russia e Francia. Il materiale sarebbe stato restituito per l'utilizzo in un reattore a Teheran che produce isotopi a fini medici. Ma la trattativa è fallita sotto i colpi di Larjani, l'attuale presidente della Camera che si è vendicato di un siluramento al suo precedente piano di accordo con George W. Bush quando era lui il negoziatore capo sul nucleare. A questo punto gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno puntato sull'adozione di nuove sanzioni contro il paese, una vecchia storia che non ha dato grandi frutti in passato salvo aprire le porte dell'economia iraniana a India e Cina e arricchire i pasdaran, le guardie della Rivoluzione, che hanno in mano tutti i canali economici e finanziari del contrabbando da Dubai.

Nel frattempo la scena politica interna iraniana si è completamente trasformata dopo le proteste dell'Onda verde in seguito al contestato voto delle elezioni presidenziali del 12 giugno 2009. Nonostante una repressione feroce, processi di massa e 55 giornalisti in carcere, record mondiale in materia, il movimento "verde" si rifiuta di morire, alimentando i richiami a Washington ad abbandonare l'ossessione per il programma nucleare iraniano e invitando a passare a una politica di sostegno all'opposizione interna iraniana e al rispetto dei diritti umani.

Obama dunque un anno dopo dovrebbe inviare i saluti di Nowruz anche quest'anno ma il messaggio dovrebbe concentrarsi sui diritti umani e commemorare le decine di iraniani - come Neda Agha Soltan - che sono stati uccisi dal mese di giugno dai basji.
Gli Stati Uniti di Obama pensavano di avere a che fare con un regime come la Cina dopo la repressione di piazza Tienanmen, con cui poter aprire una trattiva a tutto campo: invece a Teheran il regime affonda nelle sue contraddizioni e la protesta è viva sotto la cenere. Purtroppo mancando dal 1980 diplomatici americani in Iran, Washington brancola nel buio e non capisce che deve puntare sul rispetto dei diritti umani. Meglio accogliere alla Casa Bianca l'avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, piuttosto che restare incagliato nella questione nucleare.

17 marzo 2010
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