No, non è la terza Intifada. Ne è convinto David Cohen, il capo della polizia israeliana: «Vale solo per i titoli dei giornali», dice riguardo agli incidenti di ieri. Come ai vecchi tempi, hanno solo acceso tanti focolai attorno a Gerusalemme: l'immenso barile colmo di fede, nazionalismo, estremismo e odio, cioè la polvere da sparo di questo conflitto.
Nonostante quella di ieri fosse per Hamas la "giornata della collera", il bilancio è uno di quelli che durante la seconda Intifada appena facevano notizia: un centinaio di feriti e 60 arrestati fra i palestinesi; 30 contusi fra la polizia israeliana. L'esercito non è intervenuto, gli incidenti sono rimasti solo un problema di ordine pubblico, per quanto i poliziotti mobilitati fossero 3mila. Anche la causa principale della collera di Hamas era piuttosto pretestuosa: la ricostruzione di un'antica sinagoga nel quartiere ebraico della città vecchia. Una zona che qualsiasi accordo di pace lascerebbe a Israele. Con tutte le provocazioni israeliane a Gerusalemme Est araba e i piani per nuovi insediamenti, quella sinagoga è una delle poche cose che al momento gli israeliani stanno costruendo nella parte di Gerusalemme dove nessuno, tranne Hamas, ne contesta il diritto. Gli incidenti sono stati provocati da Hamas che in una manifestazione a Gaza l'ha sparata grossa. I paesi arabi «devono mandare aerei ed eserciti per correre in soccorso della moschea di al-Aqsa», sulla spianata del Tempio a Gerusalemme. Non accadrà presto.
Ma gli incidenti sono avvenuti dentro la città vecchia murata, nel campo profughi di Shoafat, ad Abu Dis, Isawiyah, Wadi Joz. Dentro e attorno a Gerusalemme, il cuore del conflitto. «Chiunque costruisce insediamenti a Gerusalemme scava una tomba alla pace», diceva ieri un deputato della Knesset. Le scintille hanno volato attorno al barile di Gerusalemme: se il barile esplode, la terza Intifada incomincia davvero. È per questo che Barack Obama si aspetta una risposta da Israele riguardo agli insediamenti. Ma già ieri, il New York Times scriveva che lo stato ebraico non ha la minima volontà di accogliere la richiesta Usa di congelare la costruzione di nuovi edifici a Gerusalemme Est e anzi sarebbe stato dato il via libera a 309 nuovi alloggi.
Ieri, mentre è slittata la visita dell'inviato Usa George Mitchell, è stato un giorno di calma nella lite fra Stati Uniti e Israele. Dopo aver tirato dei pugni, il segretario di stato Hillary Clinton tornava a ricordare «il legame stretto e indissolubile» fra i due paesi. Poco dopo le faceva eco la Casa Bianca. Il presidente Shimon Peres, quasi 87 anni, ricorda a chi è più giovane e governa il paese che «non ci possiamo permettere di sfilare la delicata tela della nostra amicizia con gli Usa». Tanti anni fa anche il vecchio Shimon l'aveva un po' sfilata: ma lui non era mai stato così antipatico a un segretario di stato come Netanyahu a Hillary Clinton.
U.T.