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Privacy, stop del Garante per i data-base «fai da te»

di Marco Ludovico

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31 Luglio 2008
Le linee guida dei Periti ausiliari
Il docomento del Garante

Stop alle banche dati fatte in casa. Contenitori illegali di informazioni personali, con numeri a volte impressionanti. «Brodo di coltura», come li definisce il Garante della privacy ,Francesco Pizzetti, di attività di dossieraggio e traffici già accertati dalla magistratura. Come nel caso dell'inchiesta Telecom.
Quello del Garante non è solo un auspicio o un monito: l'Autorità per la protezione dei dati personali ha emanato le linee guida, attese oggi in «Gazzetta Ufficiale», per consulenti tecnici e periti ausiliari del giudice e del pubblico ministero. Professionisti che, proprio grazie a un mandato espresso dell'autorità giudiziaria, possono raccogliere informazioni personali di qualunque tipo e non solo nel corso di un procedimento penale. Con la possibilità di alimentare continuamente un serbatorio di dati sconfinato. E la tentazione di trasformarlo in una fornitura illegale di dossier da proporre al miglior offerente.
Il Garante adesso traccia i limiti dei percorsi legali. Consulenti e periti possono trattare dati personali solo nell'ambito della delega fornita dal magistrato. Non possono fare, in libertà, utilizzo incrociato delle informazioni disponibili: in sostanza, se un professionista riceve due diversi incarichi da due pubblici ministeri, può mettere a fattor comune le informazioni acquisite per ogni singola indagine solo se ottiene l'autorizzazione di ciascun pm.
Non è possibile, inoltre, raccogliere dati all'infinito: possono essere acquisiti e utilizzati solo quelli «che risultino effettivamente necessari» all'inchiesta, così come prevede la delega. Di più: «Le relazioni e le informative fornite al magistrato ed eventualmente alle parti – dicono le linee guida – non devono né riportare dati, specie se di natura sensibile o di carattere giudiziario o comunque di particolare delicatezza», ma neppure «contenere ingiustificatamente informazioni personali relative a soggetti estranei al procedimento».
Altra norma fondamentale per evitare la creazione abusiva di una banca dati è quella per la conservazione e la cancellazione delle informazioni. Che non possono essere conservate «per un periodo di tempo superiore a quello necessario al perseguimento degli scopi per i quali sono stati raccolti e trattati». In pratica, il provvedimento stabilisce che «espletato l'incarico e terminato quindi il connesso trattamento delle informazioni personali, l'ausiliario deve consegnare per il deposito agli atti del procedimento non solo la propria relazione, ma anche la documentazione consegnatagli dal magistrato e quella ulteriore acquisita nel corso dell'attività svolta».
Il Garante afferma poi esplicitamente che «il consulente e il perito non possono quindi conservare, in originale o in copia, in formato elettronco o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell'incarico».
Puntuale la raccomandazione contenuta al punto 2.2 delle linee guida, secondo cui «il consulente e il perito sono tenuti ad acquisire, utilizzare e porre a fondamento delle proprie operazioni e valutazioni, informazioni personali che, con riguardo all'oggetto dell'indagine da svolgere, siano idonee a una rappresentazione (finanziaria, sanitaria, patrimoniale, relazionale eccetera) corretta, completa e corrispondente ai dati di fatto». In altre parole, occorre «evitare che, da un quadro inesatto o comunque inidoneo di informazioni possa derivare nocumento all'interessato, anche nell'ottica di una non fedele rappresentazione della sua identità».
La palla passa ora alla magistratura, destinataria, così come i consulenti e i periti, delle linee guida. È un tassello «molto importante», dice Pizzetti, che affronta uno scenario noto ma pieno di incognite. E, come ha detto nella sua recente relazione, «un Paese che non conosce neppure quali e quante sono le sue banche dati e che non sa proteggerle è un Paese arretrato».

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