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Finanziaria, Fini: «Governo deprecabile se porrà la fiducia»

di Nicoletta Cottone

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6 novembre 2008

La Finanziaria è sbarcata oggi in aula alla Camera senza modifiche, nel tetso varato dal Consiglio dei ministri. Un netto no all'eventuale apposizione della fiducia da parte del Governo è arrivato dal presidente della Camera Gianfranco Fini, che lo ha definito un intervento «deprecabile». Ieri sera si è concluso l'esame in commissione Bilancio senza modifiche, con l'opposizione che ha abbandonato i lavori della commissione. È stata una notte di difficili confronti, non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche tra maggioranza e governo. Fuori dal provvedimento gli emendamenti per aiutare i redditi, proposti dall'opposizione. Ma c'è stato un no «tecnico» espresso dal sottosegretario all'Economia Giuseppe Vegas anche alle proposte del relatore Gaspare Giudice. Oggi l'avvio della discussione generale in aula è stato all'insegna della polemica. «Siamo ormai - ha detto Gianclaudio Bressa (Pd) - al Governo che espropria, il Parlamento, compresa la sua maggioranza. Così non si può andare avanti». Bressa ha fatto riferimento all'esame della Finanziaria da parte della Commissione Bilancio: «In realtà siamo in pratica a un sostanziale commissariamento di governo e Parlamento da parte del ministro Tremonti». Il Pd, sottolinea Pierpaolo Baretta (Pd) «non è disponibile a scambiare il non voto di fiducia con l'inemendabilità del testo originario della Finanziaria». La commissione Bilancio, ha accusato Bruno Tabacci (Udc), «appare ostaggio del Governo».

Quanto accaduto, ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini, riferendosi all'arrivo in aula del testo della Finanziaria senza modifiche, una bblindatura voluta dall'Esecutivo che «rappresenta una anomalia rispetto alla prassi dell'esame della Finanziaria, anomalia che deve essere oggetto di valutazione. Il testo è quello approvato dal Cdm, qualora il Governo ponesse la fiducia ci troveremmo in presenza di una situazione anomala e politicamente deprecabile». In qualche modo, ha sottolineato Fini, si «toglie alla Camera il diritto dovere di emendare e di assumersi le proprie responsabilità, attraverso il formarsi di maggioranze su questo o quell'emendamento. Mi auguro che il Governo tenga in dovuto conto quanto espresso, con sostanziale concordia, dalla Camera dei deputati». Più tardi da Mosca risponde il premier Berlusconi. «L'assalto alla diligenza è finito». E Fini, secondo una fonte a lui vicinissima: «Tra l'assalto alla diligenza e far discutere il provvedimento c'è una bella differenza».

Poco prima dell'intervento di Fini, Giancarlo Giorgetti (Lega Nord), presidente della commissione Bilancio, aveva sottolineato in aula che nella maggioranza era stato convenuto di non approvare emendamenti alla luce del fatto che era stato deciso di sperimentare una nuova forma di esame dei documenti di bilancio. La stessa «serietà – ha detto Giorgetti – la chiediamo anche al Governo, che non può chiudere questa vicenda chiedendo il voto di fiducia inserendo nuovi argomenti non valutati dalla commissione Bilancio».

Sono restate senza risposte le questioni relative agli emendamenti del relatore che riguardano l'aumento delle risorse per gli ammortizzatori sociali (da 450 a 600 milioni di euro), una rimodulazione del patto di stabilità interno per gli enti locali, il riconoscimento della specificità delle forze armate e forze di polizia (90 milioni di euro per il triennio 2009-2011). Una verifica doveva interessare anche le risorse per la scuola privata paritaria. A scatenare la bagarre è proprio un emendamento del relatore Gaspare Giudice, apparentemente innocuo, senza costi. Riguarda il Fas, il fondo per le aree sottosviluppate che, a norma di legge, dovrebbe per l'85% finire al Sud.
L'emendamento in questione proponeva un monitoraggio parlamentare sull'utilizzo del fondo «evitando che sia utilizzato, come avvenuto negli ultimi anni, in modo difforme alle sue finalità». Insomma, troppi pochi fondi vanno al Mezzogiorno. No del Governo e ritiro dell'emendamento. L'opposizione, che aveva aggiunto la propria firma alla proposta di modifica, protesta. «È una farsa», afferma il senatore del Pd Francesco Boccia, che accusa il governo di utilizzare il Fas come un bancomat.

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