Il lavoro di raccolta e di elaborazione dati è durato oltre un anno, ha coinvolto centinaia di uffici giudiziari e migliaia di magistrati, ma alla fine il quadro è pronto e questo Consiglio superiore della magistratura (Csm) lascerà in eredità al prossimo organo di autogoverno che verrà eletto a luglio, lo strumento per valutare lo «standard medio» di produttività di ogni singolo magistrato italiano. Più facile a dirsi che a farsi, come conferma Elisabetta Cesqui, membro del Consiglio superiore della magistratura, «e i problemi non sono ancora tutti risolti, ma siamo finalmente arrivati a un metodo che riteniamo efficace per misurare il rapporto magistrato-fascicoli; si tratta ora di stabilire chi potrà usare questo strumento e con quali finalità».
Il lavoro della ventina tra statistici e magistrati («esonerati solo parzialmente dal normale servizio», precisa uno di questi ultimi) è iniziato nel dicembre 2008. Divisi in due commissioni, una per il penale e l'altra al civile, hanno accumulato dati e affinato criteri per rendere realisticamente comparabile il lavoro del magistrato Rossi della sezione sfratti di Milano con il suo collega Bianchi che è impegnato sullo stesso fronte in un piccolo o medio tribunale del centro o del sud Italia.
Per l'analisi del settore penale sono stati estratti i dati di 48 mesi (2005-2008) da 16 tribunali e 142 procure della Repubblica, cioè l'attività svolta da 247 giudici, 179 Gip e 979 sostituti procuratori della Repubblica (136 dei quali operanti nell'antimafia); oltre a questi, hanno partecipato 120 giudici di sorveglianza (sono 150 in tutto), con i dati del biennio 2008-2009. Quanto al civile, i rilevatori hanno censito i carichi di 1.070 «annualità/giudice»: tutti quelli (527) operanti nei tre tribunali metropolitani di Roma, Milano e Napoli; 356 dei grandi tribunali, 187 dei medi e piccoli. Con le opportune correzioni dei fattori di distorsione (ad esempio maternità), sono stati presi in considerazione i fascicoli di contenzioso ordinario, esclusi fallimentare, esecuzioni, giudici tutelari, per carenza di banche dati. Sia per il civile sia per il penale, sono stati assunti esclusivamente i carichi di lavoro dei magistrati ordinari, lasciando fuori il pur cospicuo contributo apportato dai magistrati onorari.
Venerdì scorso il Csm ha ricevuto dalle due commissioni le relazioni finali della lunga disamina e presto farà proprie le conclusioni definitive, assumendole in una delibera come modello per "misurare" la produttività dei magistrati. «È stato un lavoro lungo e complesso – spiega ancora Cesqui – ma avevamo l'esigenza di dati credibili e aggiornati per circoscrizione e ufficio; oltre a ciò, dev'essere possibile estrarre ogni notizia utile a valutare in profondità le singole posizioni», come la legge impone ogni 4 anni per le progressioni di carriera. E se alla valutazione giudiziaria serve questa fotografia in tempo reale, alimentata costantemente dagli uffici secondo criteri omogenei, il ministero dovrà usare gli stessi dati combinati in modo differente, ad esempio per stabilire le piante organiche del personale, le dotazioni strumentali eccetera. Dunque in gioco c'è un grande affresco statistico condiviso e utilizzabile di comune accordo: un obiettivo al momento ancora distante. Alla "misurabilità" del lavoro giudiziario, infatti, è sotteso un braccio di ferro tutto politico tra le toghe e quanti indicano nello scarso impegno di giudici e pm la sola causa dei guai della Giustizia.

 

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