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Chi ha votato il 13 aprile per una nuova Italia e magari anche per una nuova politica, ha diritto di essere un po' depresso in queste ore. Siamo all'eterno ritorno del sempre uguale. Non aveva torto ieri mattina il "Riformista", quando interpretava il senso comune e annotava: «Credevamo che in questa legislatura le leggi ad personam ci sarebbero state risparmiate...». Viceversa, il palcoscenico offre una commedia già vista. Scontro aperto con la magistratura. La corporazione contro la politica, ognuna con la sua parte di torto. Il Csm che scende in campo. Il Quirinale messo di fronte al fatto compiuto (un emendamento salva-processi nel corpo dei provvedimenti per la sicurezza): ci si domanda quanto valesse per la maggioranza la garanzia istituzionale che il Capo dello Stato ha offerto nelle prime settimane di vita del governo. Non molto, a quanto sembra: alla prima occasione il punto di vista di Napolitano è stato disatteso senza esitazioni. Certo, il governo ha i numeri e la legittimità politica per imporre la sua volontà. Ma sarebbe stato preferibile un comportamento meno aggressivo, se non altro per ragioni di opportunità e di buon gusto. Sotto questo aspetto, la lettera del premier al presidente del Senato, Schifani, rappresenta un modo assai discutibile di cominciare la legislatura. Si dirà che gli italiani sono del tutto disinteressati al «processo Mills» e a ciò che ne deriva. Al riguardo, i sondaggi sembrano unanimi. Lo sono anche nel fotografare il notevole consenso all'esecutivo e alla leadership berlusconiana. Ne deriva che ovviamente - dal suo punto di vista - il premier tira dritto. Con il Quirinale non gli fa velo la recente simpatia reciproca che i giornali hanno ipotizzato. E si è visto con lo sventurato Veltroni quanto poco premesse a Berlusconi custodire il clima di "dialogo" con l'opposizione. Tanto meno dopo il risultato elettorale della Sicilia. Più che alle sfumature del diritto e al "bon ton" istituzionale, il premier bada a preservare la sua forza politica e gli indici di gradimento. Curando naturalmente la salvaguardia di se stesso. Ai suoi occhi la norma salva-processi è irrilevante. Giusto un'increspatura nel percorso che oggi approda all'ambizioso piano triennale di Tremonti (suscettibile, non c'è dubbio, di mettere in difficoltà l'opposizione). Il ministro dell'Economia e accanto a lui Sacconi, Brunetta, Bertolaso che lotta contro la spazzatura di Napoli: questi sono gli uomini cui Berlusconi ha affidato la popolarità dell'esecutivo. Il "caso Mills" gli appare un'inezia, su cui peraltro non intende cedere. Napolitano ormai è il primo a saperlo. Sull'altro fronte, Veltroni deve ritessere da capo la sua tela. Il giornale "Europa" vede nei berlusconiani «i migliori amici di Di Pietro». Coloro che vogliono «svuotare l'acqua di un Pd schiacciato sull'oltranzismo». C'è qualcosa di vero in questo giudizio. Ma in nessun caso Berlusconi avrebbe potuto offrire al Pd veltroniano una sponda affidabile e durevole. Se l'ex sindaco di Roma teme di essere fagocitato dal giustizialismo dipietrista (quasi un'ideologia), evitare questo destino spetta solo a lui. Veltroni, come del resto Casini, deve saper immaginare un'opposizione che non sia «fantasma» (secondo il giudizio sprezzante dell'"Economist"), ma nemmeno tributaria di Di Pietro. Se c'è una "terza via", è il caso di individuarla. Forse è tempo per il Pd di presentarsi agli italiani con una salda identità liberaldemocratica. E su questa base avviare la traversata del deserto.
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