17 novembre 2006

Addio a Puskas, campione dal sinistro magico e gioiello della
grande Ungheria

di Dario Ricci

“…Ho otto anni e mia madre ha chiesto ai vicini, che hanno la televisione,se mio fratello Fernando e io possiamo andare a vedere la partita del Madrid, la finale della quinta Coppa Europa, contro l’Eintracht di Francoforte. Quei provvidenziali Quesada – forse era questo il nome – hanno detto di sì.Il Madrid incassa un gol e oltretutto fanno vedere la replica; ma mio fratello ed io sappiamo, più per fede che per esperienza, che tornerà a vincere quella coppa per la quinta volta consecutiva. Puskas quattro marcature e Di Stefano tre, in totale 7-3…..Quando qualche stagione fa qualche emittente ha recuperato le immagini e le ha proposte commentate dalla Freccia Bionda, il telecronista gli domandò che cosa poteva aver detto a Puskas mentre tutt’e due rientravano nella loro metà campo dopo che lui aveva segnato il 3-1. “Sicuramente che ormai avevamo il premio partita in tasca”, rispose il vecchio Di Stefano…” (Javier Marìas, Selvaggi e sentimentali – parole di calcio – Einaudi, 2002).

(EPA/ATTILA KISBENEDEK/ANSA I52)È la penna di uno scrittore famoso (anche) per la sua dichiarata fede madridista come Javier Marìas a farti capire cosa è stato Ferenc Puskas per il calcio mondiale. Tanto Di Stefano era attaccante a tutto campo, inventore e realizzatore di classe straordinaria, quanto l’ungherese era un finalizzatore puntuale e preciso, dal sinistro magico, capace di colpire con violenza o di accarezzare il pallone, pur senza negarsi il piacere del tocco smarcante a vantaggio dei compagni.

Quella del 18 maggio 1960 a Glasgow contro l’Eintracht fu forse la “partita perfetta” del Grande Real Madrid di Puskas e Di Stefano, la quinta Coppa dei Campioni consecutiva vinta dai Bianchi di Spagna, che consacrava così la leggenda delle merengues del presidente Santiago Bernabeu a livello mondiale.

E dire che l’incontro tra Ferenc Puskas e il Real era avvenuto in modo tragico e casuale. Sì, perché con le traiettorie del magico sinistro del campione ungherese si intreccia un bel pezzo di storia del Novecento. Puskas era infatti il gioiello di quell' Ungheria che aveva incantato il mondo del calcio negli anni Cinquanta, espressione sul prato verde di quello spirito d’indipendenza e autonomia che animava tutto il popolo magiaro, desideroso di uscire dalla sfera d’influenza dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. La nazionale di calcio ungherese era l’espressione calcistica di questo desiderio di indipendenza e libertà: campioni come Puskas, Czibor, Hidegkuti, Kocsis divennero gli ambasciatori di un gioco moderno e improntato su classe, disciplina e talento.

Nel 1952 l’Ungheria capitana da Puskas conquistò l’oro olimpico ad Helsinki, e il 25 novembre 1953 i magiari umiliarono gli inventori del football, i maestri inglesi, con un clamoroso 6 a 3 nel tempio di Wembley, davanti a 100mila spettatori esterrefatti. E meno di sei mesi dopo i Leoni d’Inghilterra venivano surclassati anche nella rivincita a Budapest con un altrettanto clamoroso 7 a 1. E a livello di club la Honved guidata dal “maggiore a cavallo” (il rango di Puskas nell’esercito) divenne ben presto una delle formazioni più ammirate del continente.

Naturale quindi che fosse proprio l’Ungheria la grande favorita della Coppa del Mondo che nel 1954. Ma gli ungheresi si fecero soffiare per 3 a 2 nella finale di Berna il trofeo dalla Germania Ovest di Fritz Walter e Uwe Rahn (che pure avevano superato 8-3 nella fase eliminatoria) dopo essere stati in vantaggio di due gol, malgrado un Puskas limitato da un serio infortunio alla caviglia.

Un’occasione irripetibile. Appena due anni dopo quella squadra si dissolveva, travolta dai carri armati sovietici che entravano a Budapest per spazzare via il governo riformatore di Imre Nagy.
(ANSA / ATTILA KISBENEDEK / ak/mr / PAL )
Puskas decise di rimanere in Spagna, dove in quel momento si trovava in tourneé con la Honved, e di non rientrare in patria. Costretto all’inattività, ingrassato, fuori forma, costretto esule in Europa (visse alcuni mesi anche in Italia, alla ricerca di un ingaggio) sembrava destinato al declino. Ma Emil Ostereicher, che era il suo allenatore alla Honved, lo indirizzò verso il Real Madrid.

Iniziava così una storia fatta di sei scudetti, tre coppe dei campioni, quattro titoli di capocannoniere della Liga. Poi, nel 1966, il ritiro all’età di 39 anni, la carriera di allenatore di buon livello (guidò nel 1971 i greci del Panathinaikos alla finale di Coppa Campioni, persa contro l’Ajax), il rientro in Ungheria, il morbo di Alzheimer che lentamente e inesorabilmente, ne ha spento i movimenti e la voce, ma che non ha potuto cancellare il ricordo del magico sinistro del “Colonnello”.

Un ricordo che è ancora vivo nel cuore di tanti (e insospettabili) appassionati, come evidenzia ancora Javier Marias in questo aneddoto: ”….avevo ricevuto un catalogo inglese di libri antichi e rari, pieno di squisite prime edizioni di Virginia Woolf, Joyce o Kipling. In mezzo a così tanta letteratura di alto profilo c’era l’autobiografia di Ferenc Puskas intitolata Capitano d’Ungheria e a un prezzo che sfiorava le diecimila pesetas. Dato che Puskas era stato della mia squadra e mi aveva regalato molta emozione e molta allegria nella mia infanzia…telefonai per ordinare quel capriccio. Vi assicuro che qui cataloghi li ricevono soltanto grandi appassionati di letteratura. Ebbene, il libraio londinese mi disse che non soltanto la storia di Puskas era già venduta, ma che era il libro per cui stavano arrivando più richieste…..”.