Gioco di squadra o "ragion di squadra"? Rivalità e strategie di team dal Motogp alla Formula 1

20 ottobre 2006

Gioco di squadra o "ragion di squadra"? Rivalità e strategie di team dal Motogp alla Formula 1

di Dario Ricci

Gioco di squadra o, se preferite, “ragion di squadra”. In MotoGp, Colin Edwards fa il fido scudiero di Valentino Rossi mentre, dall’altra parte, Pedrosa abbatte Hayden e magari fa sfumare il sogno mondiale dell’americano. E in Formula Uno, Massa si dice disposto a perdere in Brasile pur di aiutare Schumi nell’ultimo, disperato tentativo di conquistare quell’iride che quest’anno ha solo accarezzato per pochi istanti, ma che sta per sorridere ancora una volta a Fernando Alonso, magari pronto in caso di necessità ad avvalersi dei servigi del compagno di team Fisichella. Eppoi, per tornare alle due ruote, Paolo Bettini campione del mondo di ciclismo a Strasburgo, che divide il successo con tutti gli azzurri, decisivi per un trionfo che senza la squadra, appunto, forse non ci sarebbe stato.

E allora non sorprende parlare di “gioco di squadra”, strategie, rivalità con due personaggi dello sport….dell’altroieri, che di queste cose, insomma, se ne intendono: Mauro Forghieri dal 1962 al 1987 è stato prima responsabile del reparto tecnico per le vetture da corsa, poi (dal 1970) direttore tecnico del reparto corse della Ferrari: con lui, la Rossa ha conquistato 4 titoli piloti (Surtees 1964, Lauda 1975 e 77, Scheckter 1979) e otto mondiali Costruttori.

Andrea Tafi è stato uno dei più grandi “cacciatori” di classiche del ciclismo italiano: tra le sue tante vittorie, Giro di Lombardia, Fiandre, Parigi-Tours,e anche un successo nella leggendaria Parigi-Roubaix (1999); ma anche un’altra, di Roubaix, nel 1996, sfumata sul traguardo proprio in ossequio alle dure leggi della “ragion di squadra”.

Ingegner Forghieri, che effetto le ha fatto vedere la carambola tra Hayden e Pedrosa nel Gp del Portogallo, Lei che per anni ha gestito i più grandi campioni che hanno guidato la Ferrari?
«Mi è sembrato un episodio figlio di mancanza d’intelligenza e scarsa preparazione professionale. Non credo che Hayden e Pedrosa avessero avuto ordini di scuderia, ma insomma, un pilota professionista sa come comportarsi anche senza ordini…Hanno sbagliato tutti e due, perché poco prima della caduta era stato proprio l’americano a superare Pedrosa in modo molto aggressivo, senza alcuna necessità. I giochi di squadra sono possibili, certo, ma ci vuole professionalità e capacità, doti che di sicuro, ad esempio, fanno parte del bagaglio di Schumacher e Alonso, che si giocheranno il titolo in Formula Uno all’ultima gara…».

Ma quanto è difficile far capire la logica di squadra a un pilota, a un atleta professionista, imbrigliarne il naturale istinto agonistico che lo porta a cercare sempre e comunque la vittoria?
«Dipende sempre da chi comanda, da chi gestisce la squadra. Tanto per capirci: Gilles Villeneuve fu per Jody Scheckter un compagno di squadra eccezionale, che lo aiutò spesso e in diversi modi nella corsa al titolo. Chiaro, nessuno dice che sia facile, ma qualcuno deve pure sacrificarsi, dando anche per scontato che spesso gli interessi della squadra coincidono con quelli del pilota…».

Il pensiero corre veloce all’arrivo della Parigi-Roubaix del 1996. Gli uomini della Mapei dominano la corsa, Andrea Tafi che lancia la fuga decisiva, Museeuw e Bortolami che forano negli ultimi chilometri e pure rientrano pronti per giocarsi la vittoria nello sprint in famiglia, quando dall’ammiraglia del direttore sportivo Patrick Lefevre parte l’ordine: niente volata, l’arrivo deve essere: 1° Museeuw, 2° Bortolami, 3° Tafi, per non correre il rischio di sciupare un successo annunciato e dare prestigio ulteriore al corridore in quel momento più celebre a livello internazionale.

Andrea Tafi, ripensa spesso a quella giornata?
«Quel giorno la mia vita sportiva è cambiata – sospira Tafi al telefono -: avevo pedalato splendidamente per tutta la corsa; normale quindi provare rammarico, nell’entrare nel mitico velodromo di Roubaix sapendo di non poter vincere. Al tempo stesso, però, capii poi l’importanza di quella decisione per il gruppo, la squadra, i compagni: ci dimostrammo uniti e compatti, e questo è fondamentale nel ciclismo moderno, dove senza l’aiuto della squadra non vai da nessuna parte».

Ma ci furono polemiche e molti appassionati storsero la bocca: in fondo, il ciclismo è e resta uno sport individuale….
«È vero, i tifosi vorrebbero sempre vedere il proprio beniamino vincere contro tutto e tutti…. Ma dentro me, Museeuw e Bortolami c’era quel giorno la consapevolezza di aver fatto quello che dovevamo, aver rispettato le nostre regole, anche se certo, dopo il traguardo io sono scoppiato a piangere per l’amarezza…Ancora oggi incontro tanta gente che mi dice:“Quel giorno dovevi vincere tu!!”…Ma il successo più bello è stato, poi, l’affetto delle persone, che hanno cominciato ad amarmi ancora di più per la mia correttezza e generosità…Tantissimi mi dicono:”Per noi tu di Roubaix ne hai vinte due!!”: è vero, perché la seconda, la più bella, l’ho vinta per sempre nel cuore dei tifosi».

Che effetto le ha fatto vedere lo scontro tra Hayden e Pedrosa, due che evidentemente hanno ragionato in modo del tutto opposto dal suo, oppure pensare a Schumacher e Alonso che si giocheranno tutto in un Gp, magari dovendo contare anche sui rispettivi compagni di squadra?
«Sono dentro il cuore di questi campioni – spiega Tafi -: capisco e conosco le emozioni che stanno provando, specialmente Hayden, che a questo punto rischia di verder sfumare il titolo a un passo dal trionfo…Ma è lo sport, con le sue regole che, anche se dure, vanno accettate…Certo, escludo che da parte di Pedrosa ci possa essere stata malizia o volontarietà: il problema è stata la gestione della squadra: avrebbero dovuto chiarire tutto prima, non aspettare che arrivassero gli ultimi Gran Premi senza un’indicazione precisa sulle gerarchie interne al team».

Ingegner Forghieri, Enzo Ferrari come la pensava a proposito di ordini e gerarchie di squadra?
«Ferrari ha sempre pensato – e io mi sono comportato di conseguenza – che la cosa più importante era la nostra Scuderia, la nostra squadra, il nostro interesse, che spesso chiaramente coincideva con quello dei nostri piloti. Poi, si faceva sempre in modo di evitare di applicare strategie troppo complesse, perché gestirle è sempre molto difficile, soprattutto quando si va a 300 km all’ora…Comunque Mike Pansa aiutò Scarfiotti a vincere a Monza, Villeneuve aiutò spesso e volentieri Scheckter, Lorenzo Bandini fece vincere John Surtees in Messico: gli esempi come vede non mancano…».

L’episodio tra Hayden e Pedrosa ha fatto tornare a molti in mente il duello fratricida tra i ferraristi Didier Pironi e Gilles Villeneuve nel Gran Premio di San Marino del 25 aprile 1982, con il francese che non rispettò gli ordini dei box e andò a vincere, superando il canadese (che 15 giorni dopo l’8 maggio 1982, morì in un incidente durante le prove del Gp del Belgio a Zolder, n.d.r.)……
«Io quella domenica a Imola non ero ai box: avevo dovuto lasciare la squadra il sabato sera, per motivi familiari; del resto, le cose si prevedevano abbastanza semplici e lineari, invece divennero molto difficili….Era nella logica delle cose che vincesse Gilles, per tutto quello che aveva fatto per la squadra, perché era il più veloce…Ma quella situazione non venne gestita con autorevolezza: dai box misero fuori il cartello con l’indicazione “SLOW”…Certo voleva dire: ”Andate avanti così come siete, Gilles 1°, Didier 2°,senza forzare”, ma qualcuno in pista decise di leggerla al rovescio…Posso solo dire che Gilles era molto dispiaciuto di quanto accaduto quel giorno…».

Magari ci fosse stato Lei hai box, sarebbe andata diversamente…
«Adesso purtroppo devo lasciarla. Ho una riunione. Del resto, credo si sia capito come la penso, no?».

Ha perfettamente ragione, Ingegnere. Adesso, tocca alla pista emettere il suo verdetto.

Vinca il migliore. Avversari (o compagni di squadra…) permettendo.