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Wal-Mart e Universal Music: i brani digitali si vendono senza Drm

di Gianni Rusconi

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28 agosto 2007

Il colosso per antonomasia del commercio al dettaglio made in Usa, e ci riferiamo alla Wal-Mart, ha deciso di battere la strada della musica digitale senza protezione dal copyright. La notizia è rimbalzata nei giorni scorsi dagli Stati Uniti e vede il gigante del retail americano confermare ufficialmente l'intenzione di vendere d'ora in poi i brani dal proprio sito Web senza l'ormai noto e tanto discusso "digital rights management", meglio conosciuto come Drm. Il sistema, lo ricordiamo, voluto dalle major cinematografiche per prevenire la duplicazione illegale dei brani e divenuto poi il "simbolo" della musica che non si può ascoltare in modo universale, attraverso qualsiasi software e qualsiasi lettore multimediale (l'iPod di Apple, l'iPhone, lo Zune di Microsoft e la miriade di dispositivi delle varie Creative, Samsung e via dicendo) perché protetta da un lucchetto elettronico che ne pregiudica anche parzialmente la qualità sonora. Il Drm appunto.

L'annuncio di cui sopra arriva a distanza di una quindicina di giorni da quello con il quale la Universal Music Group – una delle più grandi firme dell'industria discografica mondiale sotto il cappello del gruppo francese Vivendi – ha confermato che sperimenterà la vendita, almeno fino a gennaio, di una significativa porzione del proprio catalogo di album e canzoni senza il sigillo del Drm attraverso i negozi virtuali della RealNetworks (Rhapsody) e della stessa Wal-Mart, quelli in rampa di lancio targati Amazon.com e Google e anche direttamente tramite i siti di alcuni artisti. Due mosse, quelle appena descritte, che segnano a detta degli esperti il progressivo svilimento della strategia antipirateria perseguita (con estrema forza ai tempi del primo Napster) dall'industria musicale. E aprono nuovi orizzonti per lo sviluppo di un fenomeno (di business) che oggi è solo agli inizi.


La scelta di Wal-Mart di proporre il proprio nuovo catalogo di Mp3 – che include migliaia di brani prodotti da etichette come Universal Music ed Emi Group, Rolling Stones inclusi – con il modello "Drm free" e a prezzi inferiori a quelli di iTunes (94 centesimi di dollaro per una canzone e 9,22 dollari per un intero album) è quindi un'ulteriore spallata ai detrattori della "liberalizzazione" della vendita di musica digitale? Il dibattito sul Drm, crediamo, rimarrà sempre acceso e vivi rimarranno i timori di chi – nell'ecosistema delle grandi etichette discografiche – vede nell'assenza del sistema di protezione del copyright (e quindi nella possibilità di copiare senza autorizzazioni un brano da un dispositivo o un pc all'altro) un potenziale rischio per la crescita di questo business e un indiretto incoraggiamento alla pirateria. Fra i fautori del modello "Drm free", oltretutto c'è anche Steve Jobs, il papà del negozio di musica digitale più frequentato al mondo, che infatti offre ai propri utenti una versione del servizio di download (iTunes Plus) senza sistema di protezione. Il tutto per ovviare all'incompatibilità fra la tecnologia Drm utilizzata dalla Apple e quella degli altri vendor, ostacolo che rende impossibile la riproduzione sugli iPod di un brano acquistato tramite qualsiasi negozio che non sia iTunes. Il capo della Apple ha preso una posizione netta quando ha invitato le major (lo scorso febbraio, con una famosa lettera pubblicata sul sito della società) a concedere ai siti che vendono i brani al pubblico il "diritto" di proporre un catalogo privo di restrizioni, per favorire la massima libertà di azione dei consumatori.

Ma se Universal Music - che giusto un mese fa ha incassato da Apple il rifiuto per un nuovo contratto di rivendita del proprio catalogo su iTunes e ora si appresta a fargli concorrenza vendendo brani non protetti a 99 centesimi di dollaro - ed Emi – che con il negozio della Mela si è accordata per vendere canzoni "Drm free" a 1,29 dollari - sono di fatto già allineati in questa direzione, altri colossi come Sony BMG Music Entertainment e Warner Music Group rimangono ancora alla finestra, per quanto stiano testando da tempo gli impatti sulle vendite di musica in formato digitale derivanti dall'adozione del modello "free". E il dibattito sulle modalità più idonee per gestire la proprietà intellettuale prosegue.

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