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La protesta dei blogger:
«Quel giudice conosce Youtube?»

di Andrea Franceschi

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25 febbraio 2010

«La sentenza contro Google rischia di mettere il bavaglio alla libertà di espressione in rete». Così la pensa la stragrande maggioranza dei blogger che si occupano di media e web, a proposito della condanna inflitta dal tribunale di Milano a tre dirigenti del motore di Ricerca per la pubblicazione di un video in cui tre adolescenti vessano un loro coetaneo disabile mentale.

La sentenza costituisce un precedente importante. Non solo per l'Italia. La notizia, non a caso ha fatto il giro del mondo. Nella blogosfera Usa fioccano i commenti al vetriolo contro i magistrati di Milano. Uno su tutti quello di Mike Butcher su TechCrunch, uno dei più seguiti blog tecnologici: «Possiamo spiegare al giudice italiano Oscar Magi cos'è YouTube?». Dalle nostre parti le opinioni non sono tanto diverse. «Questa sentenza è da archiviare nel lungo elenco delle arretratezze culturali di questo paese di fronte alle nuove tecnologie» scrive Massimo Mantellini. «Pur rimanendo estremamente preoccupati - aggiunge - è indispensabile leggere le motivazioni della sentenza». Dello stesso avviso Luca De Biase di Nova24, che mette in guardia su quello che rischia di essere «un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content».

In gioco, ripetono in molti, è la libertà della rete. «Magistrati, politici e una buona fetta di opinione pubblica italiana - scrive Mario Tedeschini Lalli sul suo blog Giornalismo d'Altri - cercano di applicare un piolo tondo (i precedenti e le norme giuridiche d'antan, relative ad "editoria" e "stampa" - già di per sé folli) in un buco poligonale e multidimensionale (il nuovo universo digitale), così facendo rischiano di teorizzare prima e di mettere in pratica poi un'idea di "controllo" dell'espressione pubblica del pensiero»

Pro Google o anti-Google? Messa così si corre il rischio di banalizzare la vicenda. Vittorio Zambardino, in un post sul suo seguitissimo Scene digitali, si chiede se, sul processo, non abbia influito «la crescita di un sentimento di "antipatizzazione" verso Google e le piattaforme di social networking in questo paese». Certo, le preoccupazioni sulla posizione dominante del "grande fratello" Google non dovrebbero essere confuse con la vicenda dei bullisti. «Il vero nodo è l'Antitrust - ragiona Massimo Russo - ritengo sia questo, e non la vicenda Vividown, il nodo centrale rispetto al quale vanno esaminate le pratiche del motore di ricerca»

25 febbraio 2010
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