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24 marzo 2006

Perchè aumentare i salari? Lo spiega un calcolo elementare

di Stefano Natoli

Fondata sul lavoro? Macché, l’Italia è diventata ormai «una Repubblica fondata sulle rendite».

Lo dice Geminello Alvi, uno degli economisti più originali e acuti di questo periodo, in un libro - edito per i tipi della Mondadori – che senza ricorrere a teorie complicate – quelle per l’appunto degli economisti – o al linguaggio accademico degli "addetti ai lavori", spiega le aritmetiche che hanno impoverito il lavoro e fatto crescere le rendite rispetto agli altri redditi. Un libro che con una grande varietà di calcoli elementari sembra voglia dare ragione a molte delle persuasioni dell’uomo della strada: la politica, l’euro e la globalizzazione hanno mutato in peggio e – probabilmente muteranno ancora - la distribuzione dei salari e della ricchezza.

Un fenomeno nato negli anni ‘80
La ricostruzione dell’economista e letterato, cosi’ viene definito Alvi nel risvolto di copertina, parte da una premessa piuttosto interessante: il Pil non va bene per calcolare lo stato reale dell’economia anche se «al solo nominarlo esso fa maggiore effetto di una reliquia nel Medioevo». Secondo Alvi, la discussione sull’economia deve invece riguardare «gli effettivi redditi percepiti al netto delle tasse pagate e delle prestazioni ricevute da lavoratori, imprenditori, pensionati».
Alvi pone al centro della sua analisi la distribuzione della ricchezza tra i ceti e le classi che compongono la società facendo emergere in modo chiaro come il fondamentale cambiamento avvenuto in Italia negli ultimi anni sia stato un fortissimo spostamento nella distribuzione del reddito nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Il fenomeno è ben percepibile a cominciare dagli anni ’80, da quando – scrive Alvi – «una politica di bilancio che possiamo genericamente definire craxismo regalò agli italiani interessi altissimi sui titoli di stato che servivano a finanziare il debito. Fu il primo accumulo, poi completato dai due boom borsistici che seguirono, fino alla bolla immobiliare, in corso». Il risultato è che nel 2003 toccava ai lavoratori il 48,9% del reddito, mentre nel 1978 la percentuale saliva fino al 59,2%.«La quota dei redditi da lavoro è regredita – sottolinea l’economista – ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom».
Ecco perché l’Italia di oggi non è più «una Repubblica fondata sul lavoro», come recita la Costituzione, ma un Paese fondato sui patrimoni e sulle rendite. Con tutti i rischi che ciò comporta. E che l’economista mette bene in evidenza: «La nostra ricchezza, costruita su case e pensioni più che sull'attività produttiva, alimenta un perverso circolo vizioso che toglie lavoro e futuro ai giovani e impoverisce i salari a vantaggio dei profitti di oligarchie economiche incapaci di rinnovarsi». Qui sta secondo Alvi l’origine dei nostri attuali guai. E da qui bisogna ripartire. «Il vero compito di chi voglia guarire l’Italia dai suoi guai», conclude infatti l’economista che fu collaboratore del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, è quello di «aumentare i salari, diminuire le rendite e la spesa statale».

Geminello Alvi
Una repubblica fondata sulle rendite
Mondadori
Pagg 135, euro 16,00



 

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