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Wiesel il pessimista: «Alla memoria non credo più»

di Stefano Biolchini

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8 settembre 2006

«Credevo che l’antisemitismo fosse morto ad Auschwitz. Non è così, e non si tratta solo di un sentimento contro il mio popolo, contro il popolo ebraico. Se odi una minoranza le odi tutte e l’odio genera altro odio fino a diventare odio verso te stesso. Certo non dobbiamo per questo smettere di raccontare la storia». A dirlo è Elie Wiesel lo scrittore ebreo transilvano e premio nobel per la pace, sopravissuto ai campi di sterminio di Auschwitz e Buchenwald e divenuto con il suo celeberrimo "La notte" memoria storica della barbarie del secolo scorso. A proposito di memoria è lui stesso a spiegare: «La memoria è molto di più di una semplice parola o di un atteggiamento. È una somma di atteggiamenti ed è qualcosa che invade tutto il resto: quel che facciamo e quel che non possiamo fare. Ecco perché dovrebbe avere un livello maggiore di purezza: non dovrebbe essere utilizzata, perché quando la si utilizza se ne abusa». «Non credo - continua - che l’Olocausto possa essere usato per fare letteratura, che come evento possa essere utilizzato per farne un romanzo: non si può scrivere un romanzo su Auschwitz. Io non l’ho fatto, altri ci hanno provato. E comunque, quando lo si fa, comunque non si fa un romanzo». Ancor più preoccupanti sono per Wiesel le strumentalizzazioni e negazioni dell'Olocausto. «So che c’e chi sostiene che Israele usi la memoria dell’Olocausto come un pretesto…ma in verità in Iran c’è un presidente, Ahmadinejad, che sostiene che l’Olcausto non c’è stato. Si tratta di una persona pericolosa che dovrebbe essere definita non grata da tutti i paesi civili». E ancora: «Credo profondamente alle parole, alla possibilità romantica che le parole ci offrono. Alcune parole sono intrinsecamente malvagie. Quando si usano queste parole contro Israele non si fa nient’altro che esprimere un brutto pensiero. C’e’ davvero qualcuno che pensi che Israele voglia distruggere il mondo arabo? Chi afferma ciò è ingiusto. Fare paragoni di questa natura non è valido. Si dice che gli ebrei vogliano fare ai palestinesi ciò che i nazisti fecero agli ebrei. Penso che ciò non sia corretto e che chi fa affermazioni di questo genere dimostri sentimenti antisemiti». Non crede più Wiesel alla memoria come antidoto alla violenza. «Sono diventato fortemente pessimista, da quando mi sono accorto che nonostante il nostro raccontare la storia la natura umana non è cambiata. Nel 1945 ero convinto che avessimo detto tutto e che non potesse ripetersi nulla di simile all’Olocausto. Che si fosse messa fine alla possibilità che l’odio generasse odio e alla guerra». Ancor più categorico è Wiesel nella condanna del presidente iraniano Ahmadinejad: «In realtà c’è molto di vero quando ascoltiamo le sue parole. Ahmadinejad ha un modo di parlare franco e aperto: c’è una logica in quel che dice, non parla pensando di comportarsi in modo non conseguente: ciò che dice è però terribile. Non ha un ricordo della storia: soffre di amnesia e ciò è patologico, e credo si tratti di una patologia grave. Non accetto analogie con il nazismo, che è stato una vicenda unica e di portata universale. Credo che Ahmadinejad proponga cose terribili e che a livello mondiale dobbiamo usare tutte le energie per fermarlo. Dobbiamo altresì rivolgerci alle forze moderate dell’Islam, che esistono, per spiegare che si tratta di un pericolo anche per loro». Dopo le preoccupazioni Wiesel lascia spazio al ricordo commovente nel rammentare la sua amicizia con lo scrittore francese Francois Mauriac e come arrivò alla stesura de "La notte"... «Ero a Parigi come corrispondente di un giornale israeliano, un giornale molto povero. Allora il primo minstro francese era Mendès-France. Cercai di avere un’intervista con lui che non me la concesse. Gli mandai un telegramma e gli dissi che se non mi avesse concesso l’intervista sarei stato licenziato o avrei mandato il giornale in fallimento a causa dei telegrammi che gli avrei continuato ad inviare. Mi rispose: "Se dovessero licenziarla mi mandi un altro trelegramma e le troveremo un altro posto". Dopo questi tentativi infruttuosi ad un ricevimento all’ambasciata israeliana incontrai Francois Mauriac. Ero uno dei maggiori letterati francesi e per Mendès-France era un vero guru. Pensai di rivolgermi a lui perché intercedesse per farmi avere l’intervista in virtù del suo stretto rapporto con il primo ministro. Gli chiesi quindi di incontrarlo per intervistarlo, avendo sempre come mira l’intervista con il suo amico primo ministro. A quel punto mi preparai per l’incontro con lui e lessi prima tutti i suoi libri. Durante tutta l’intervista che mi concesse non fece altro ad ogni occasione che parlare di Gesù e delle sue sofferenze sulla croce; era profondamente cattolico. Giusto sul finire dell’intervista non ne potei più e gli dissi in maniera irrispettosa che anni avanti avevo conosciuto centinaia di bambini ebrei che avevano sofferto molto più di Cristo. A quel punto chiusi il mio taccuino e me ne andai. Avevo fatto una cosa veramente sgradevole verso una persona retta e perbene. Andai verso l’ascensore. Mauriac mi raggiunse, mi prese per un braccio e mi fece sedere. Si mise a piangere e mi disse: dovremo parlarne. Avevo fatto la promessa di non parlarne per 10 anni e la promessa stava scadendo. A quel punto scrissi "La Notte", ma nessuno voleva pubblicarla nonostante l’ntervento di Muriac in persona: solo una piccola casa editrice ebbe il coraggio di pubblicare il libro che poi ebbe un grande successo». L'incontro mantovano non può concludersi senza un passaggio sulla polemica scoppiata intorno al caso Gunther Grass. «Non ho ancora letto il suo libro. Non posso fornire una risposta concreta. Spero veramente che non si sia trattato solo di un tentativo di vendere di più creando un caso di questo genere. Si tratta di un uomo che per 60 anni ha detto le cose giuste. Cedo solo che si vergogni di essere appartenuto alle SS. Quanto alle sue dichiarazioni pubblicate sui giornali, credo che non si andasse nelle SS senza sapere. Quanto al fatto che avesse solo 17 anni e che fosse stato reclutato, beh a quei tempi, tempi di guerra, a 17 anni non si poteva essere più adolescenti. Le SS poi erano un corpo di volontari e ci si andava, non si veniva reclutati. Penso però che per lui sia stato davvero duro e dramamtico convivere per 60 anni con questa vergogna. Sento una grande tristezza per una vita che va a concludersi così, ma mi sembra importante che abbia deciso di parlare. Solo mi rattrista che lo abbia fatto appena oggi».

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