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Libri: Il commerciante di bottoni

di Silvia Giuberti

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26 gennaio 2006

Erika Silvestri, "Il commerciante di bottoni"Sarà che anche i bottoni sono appesi a un filo. Come le vite -tonde e lineari- di uomini, donne, ragazzi e bambini allontanati a forza da una ben confezionata quotidianità, con il tenace logorio di leggi razziali e uno strappo finale di follia.
Sarà che anche i bottoni strappati devono essere trafitti più volte per ritornare al loro posto. E possono aprire o chiudere, come una confidenza che deve fare i conti con il pudore ed il dolore. Certo è che “l’amore segreto per quei piccoli punti di colore solido” ha gettato una manciata di misteriose coincidenze su una storia di sopravvivenza -forse casuale, forse da attribuire a Dio per attenuare il senso di colpa di un “Perché io?”- da quei luoghi di sterminio divenuti ormai sinonimo geografico e morale dell’Inferno.
Erika Silvestri, ventenne di Ladispoli, studentessa di Storia medioevale, moderna e contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma, è solita cacciare la tristezza – forse ereditata dalla madre, forse da una maturità creativa e inquieta, sempre “al limite della sensibilità estrema”, nella ricerca di un senso di appartenenza o del Senso, illogico e sublime, dell’amore - aprendo la sua scatola di bottoni, spargendoli sul pavimento e mettendoli in fila per forma e per colore. Nella scoperta rasserenante di una variegata e simbolica diversità. Ha appreso quasi per caso, dopo anni di amicizia e durante una delle tante gite in macchina ad Arpino, che Piero Terracina, deportato ad Auschwitz nel 1944 insieme ai genitori, alla sorella e i due fratelli, al nonno e a uno zio, aveva lavorato per circa un ventennio come direttore commerciale e amministrativo di un’azienda di bottoni.
Erika, autrice del libro “Il commerciante di bottoni”, pubblicato da Fabbri Editori in occasione del Giorno della Memoria, con una prefazione del Sindaco di Roma Walter Veltroni, aveva 14 anni quando, nel 2000, prese parte a un incontro tenuto nella sua scuola dall’ebreo Terracina. Sopravvissuto. Alla disumanità sovrana e ingorda della Selezione: quella di un disinvolto cenno di frustino a destra o a manca –gli uni a dissolversi nel fumo dei camini, gli altri nell’identità perduta di numeri blu tatuati sul braccio- o di una casualità allacciata alla vita come i cucchiai, le gabelle e le scarpe che venivano legate tra loro perché non fossero rubate nella notte.
Piero Terracina e SaraAveva un solo anno in più di quella attenta alunna di terza media, quando la sua famiglia venne denunciata da un ignoto delatore per cinquemila lire a testa. Ora che ne ha settantasette, pronuncia ancora la parola “mamma” –una fotografia in bianco e nero tenuta tra le dita- “come un bambino che non la abbraccia da tanto tempo”.
Eppure Erika stentò a riconoscere, nell'uomo che sostava sorridente sulla soglia dell’aula, il deportato invitato a raccontare l’orrore: “Mi parve un sorriso così pieno che fui certa che no, non poteva essere lui. Avevo l’idea che un sopravvissuto a un lager non riuscisse più a ridere, neanche a sorridere”.
Dopo l’ incontro, Erika scrisse a Terracina una lettera densa di domande dettagliate e immense, eppure prive di quella “curiosità morbosa” per l’orrore che un sopravvissuto sa riconoscere e fuggire. Da allora è nata una fitta corrispondenza –di parole, incontri e commovente affetto- in una sorta di reciproca adozione. Consegnandosi il tempo. Il tempo giovane, da “riempire” di fiducia: “ Tu devi vivere la tua vita e vivere tutte le gioie che ti può offrire e alle quali hai pieno diritto. Non guardare che non è stato così per tutti e non lo sarà mai. L’essenziale è avere la coscienza a posto, guardarsi intorno e offrire la propria solidarietà a chi è in difficoltà”. Ed il passato, versato nel calice doloroso della testimonianza –tra un succo d’ananas e un pettegolezzo scaccialacrime- ma filtrato dalla prudenza: “Mi hai sempre detto a gran voce che non è la libertà che ti è stata tolta, ma la dignità.(…)L’hai persa quella dignità, Piero? E’ di questo che non mi vuoi parlare? (…) Mi hai detto che non darai mai a me lo stesso peso che sostieni. Che non lo farai perché mi vuoi bene.”
Il libro trattiene e insegue il percorso di un’amicizia, tra passato prossimo e remoto, racconti di un dramma noto e pur sempre inafferrabile, testi di lettere e fotografie in bianco e nero di un album senza il dono della preveggenza: “In quel momento prende spazio la coscienza che il bambino Piero giocava spensierato mentre venivano emanate le leggi razziali. Forse per quello ci sono tante fotografie non scattate, mi dico.”
Scritto per Ricordare: il tonfo della testa di un cadavere di donna sui gradini, trascinata da due ragazzini - Piero e Sami - costretti a un supplemento di orrore prima della liberazione; le stazioni cui si fermavano i treni merci stipati di esseri umani che urlavano senza ricevere alcuno sguardo di pietà ,“nemmeno uno”; la fame che annienta il ricordo dei parenti perduti; l’odore della terra bagnata e dei forni crematori; l’amore per l’infermiera Lida nel sanatorio sulla lunga via verso una casa vuota; e il ritorno a una “normalità” il cui prezzo da pagare “è fingere bene”.
Non privo di cadute stilistiche - in un linguaggio che attinge spesso a una terminologia diaristica, talvolta banale o eccessiva- ma, nell’insieme, ricco di sapienza, di passione e di una misura narrativa ed evocativa notevole, il libro dona alla memoria dell’Olocausto un valore aggiunto: offre ai sopravvissuti, che vivono per testimoniare, nella lucida consapevolezza di non poter sopravvivere a lungo all’età, la voce della giovinezza. Di una bellissima ragazza dai capelli scuri che si domanda: ”Quante cose in più avremmo potuto chiedere a questi signori col numero tatuato”.

“Il commerciante di bottoni” di Erika Silvestri
Fabbri Editori
pagg. 157, euro 9,90
www.fabbrieditori.eu

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