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Libri/ I Beatles in India: altri dieci giorni che cambiarono il mondo

di Marco Barbonaglia

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23 marzo 2007


Gennaio 1968. In Vietnam è appena stata lanciata l'offensiva del Tet, che segnerà l'inizio della sconfitta per gli americani, gli hippies, con le chiome fluenti e i loro abiti sgargianti, popolano le strade e le piazze delle città d'Europa e d'oltre oceano, contestando la guerra e, più in generale, la materialistica società occidentale.
La mitica Summer of Love è finita da pochi mesi, ma il suo spirito è ancora nell'aria. La colonna sonora di quei giorni, magica e indimenticabile, risuona nelle radio di tutto il mondo. Per l'occasione, i Beatles, veri e propri alfieri dell'Estate dell'amore, hanno pubblicato il loro capolavoro: Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band. Una pietra miliare nella storia della musica, il meraviglioso affresco psichedelico indicato, nel 2004, da Rolling Stone come il miglior album di tutti i tempi.
In questo scenario, ad un giovane cronista, vicino al new journalism, viene proposto un reportage dall'oriente. Sicuramente dal Vietnam, pensa il reporter. Invece si sbaglia. Il caporedattore del Saturday Evening Post gli propone "le vette dell'infinita beatitudine". Non il sud-est asiatico, ma l'India. Si, perché la notizia del momento non riguarda il fronte in Indocina, ma un viaggio, imminente, di quattro ragazzi inglesi.
In quei giorni, infatti, i Beatles (per opera soprattutto di George Harrison), si sono avvicinati alla meditazione trascendentale di Maharishi Manesh Yogi, guru indiano di grande fama in tutto l'occidente. E così, il 16 febbraio, i Fab Four partono per Rishikesh, a piedi dell'Himalaya. La loro intenzione è di rimanere nell'ashram del maestro per almeno tre mesi. Ma gli occhi dei media sono puntati sui quattro. Centinaia di reporter li attendono, pronti ad assediare la scuola del guru. I ragazzi di Liverpool, però, hanno dato precise disposizioni di non far entrare nessun giornalista. Lewis Lapham è l'unico, a suo dire, a riuscire ad intrufolarsi e a raccontare quello che accade all'interno del santuario, in quei fatidici giorni.
Il sottotitolo del libro I Beatles in India, recita: altri dieci giorni che cambiarono il mondo. Il riferimento è alla rivoluzione russa. Ma non va affatto preso come una dichiarazione di devozione alla causa beatlesiana, ne' a quella del Maharishi. Il tono dell'autore è, invece, fortemente ironico. E l'ironia, tagliente, vicina talvolta al cinismo, è proprio la cifra del reportage di Lapham.
Nelle sue pagine si muovono un John Lennon con "gli occhiali da nonnina e il colorito pallido che gioca a fare l'intellettuale enigmatico", una Mia Farrow stralunata, anche lei nell'ashram, gli altri Beatles, che appaiono e scompaiono come divinità, ma che in fondo sono lì solo per far piacere ad Harrison, e un Maharishi affascinato dagli elicotteri e dal successo, che si coccola le sue celebrità, tutto preso dalla nuova fama. Il ritratto è spietato. L'umanità che viene dipinta è una pletora di vip ricchi e viziati, di figli dei fiori strampalati e creduloni, ex-tossici e mezzi intellettuali, tutti al seguito di una moda, piuttosto che alla ricerca dell'illuminazione.
Forse le cose stavano davvero così, chissà, dopo tutto Lapham fu uno dei pochi a poterlo descrivere...
Una precisazione, però, va fatta. Maharishi, al di là dell'euforia di quegli anni, rimane una figura importante, che ha portato in occidente la medicina ayurvedica e la meditazione trascendentale, fondando numerosi centri e continuando la sua opera di insegnamento fino ad oggi.
I Beatles, hanno scritto e suonato alcune tra le canzoni più importanti del novecento, regalando un messaggio di pace, amore e speranza. Il contatto con l'oriente, è stato importante per la composizione di molti brani, sia sul piano musicale che su quello spirituale. Dopo l'esperienza di Rishikesh, per la cronaca, vide la luce il White Album.
Quello che si può obiettare, infine, al cinismo di Lapham è che gli ideali di allora, pur ingenui, pur seguiti dalle masse per moda più che per convinzione, pur accettati superficialmente dai più, per lo meno, portavano al loro interno la voglia di cambiare. Ma non un bisogno di sfogarsi con rabbia, piuttosto l'esigenza di una trasformazione da realizzare con i fiori invece che con le armi, con l'amore invece che con la violenza, con la consapevolezza spirituale, anziché con l'arrivismo. Un sogno di pace universale, un po' naif certo, ma che coinvolgeva moltissime anime. E questo non era così poco...
I Beatles in India- altri dieci giorni che cambiarono il mondo.
Lewis Lepham
115 pagine. Edizioni e/o.
8,50 euro.

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