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Firenze ritrova i capolavori "smarriti"di Paul Cezannedi Stefano Biolchini |
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2 marzo 2007
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FIRENZE. È con un misto di ammirazione e rimpianto che a Firenze ci si accosta ai Cezanne esposti a Palazzo Strozzi: se a dettare il primo sentimento è - e non potrebbe essere altrimenti - la vicinanza con alcuni fra i numerosi capolavori del padre della pittura moderna, a generare quel non so che di malinconico è la coscienza dello schiaffo imperdonabile occorso alle nostre collezioni quando si rinunciò - colpevolmente - a non acquisirle al nostro patrimonio. Peccato, ma evviva. Evviva perché se il poeta Rainer Maria Rilke spiegò di essere rimasto folgorato davanti al rosso acceso della poltrona raccolta intorno alla figura monumentale di Hortense Fiquet, moglie dell'artista (Madame Cezanne sulla poltrona rossa, 1877, Boston Museum of fine Arts), anche per chi è privo del dono della poesia risulta impossibile sottrarsi al magnetismo di questo capolavoro della meditazione, che, con le sue variazioni volumetriche e geometriche - prima fra tutte la mirabile forma ovale applicata al volto - nonché per l'uso del colore, è anche punto di rottura e nuovo caposaldo nella storia della ritrattistica. Il quadro abbelliva la sala da pranzo di un palazzo fiorentino e nel 1920 venne esposto alla Biennale di Venezia. Con il suo ritorno, insieme ad una ventina di capolavori del pittore francese ospitati nelle austere sale - fresche di restauro - di Palazzo Strozzi, Firenze prova dunque a rifarsi della grande occasione mancata, riportando in città parte dei cinquanta dipinti del pittore di Aix-en-Provence oggi dispersi fra le più importanti collezioni e istituzioni straniere (Cezanne a Firenze. Due collezionisti e la mostra dell'Impressionismo del 1910, a cura di Francesca Bardazzi, Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 29 luglio). Tele che agli inizi del '900 resero illustri e uniche per numero e prestigio le collezioni di due cittadini americani trapiantati in terra d'Arno, Egisto Paolo Fabbri e Charles Alexander Loeser, che del genio sperimentale e solitario, prima della critica, seppero riconoscere il grande valore. Figlio di emigrati toscani divenuti ricchissimi in America, "il pittore, filosofo e architetto" Fabbri di Cezanne (all'epoca ancora vivo anche se snobbato dai critici) in città ne portò trentadue, mentre lo storico dell'arte e compagno di studi ad Harvard di Bernard Berenson, Loeser, alla Villa Gattaia (ai piedi di San Miniato) ne raccolse quindici, otto dei quali - come scrisse lui stesso «quelli di maggior valore» - lasciò poi in eredità al presidente degli Stati Uniti e ai suoi successori nella carica. Scrisse Giuliano Briganti che solo per una lunga serie di incomprensioni ed equivoci i quadri di Cezanne non furono acquisiti dai muesi italiani, nonostante molti di essi avessero già figurato alla grande prima italiana sull'Impressionismo del 1910 o alla Biennale di Venezia del 1920.
Cezanne a Firenze. Due collezionisti e la mostra dell'Impressionismo del 1910, Bardazzi, Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 29 luglio, catalogo Electa.
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