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Libri/ Il perdente radicale di Hans Magnus Enzensberger

di Silvia Giuberti

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8 marzo 2007


Sfida il principio decoubertiniano dell'importanza del partecipare. Eppure non intende vincere. Corre e concorre nella vita al nostro fianco. Con i suoi mille volti "inapparescenti" che marciano in solitudine ma tagliano il traguardo con il botto. E' qui tra noi. E vuole perdere. Cercando di "rendere perdenti il maggior numero possibile di altri". Ma non abbraccia la sconfitta con filosofia: nel momento in cui ha introiettato con convinzione il giudizio di coloro che ritiene vincenti, "va in tilt". E con quella sua carta d'identità che, in fondo, recita inquietanti affinità con le nostre vite in equilibrio, entra di diritto nelle pagine di cronaca nera o della storia.

E' il perdente radicale. Prodotto -in serie imprevedibile e illimitata- delle "cosiddette circostanze". Che siano una prova d'esame, un'assicurazione da pagare, una moglie frustrata e petulante. O il mercato globale che, creando aspettative illusorie e parziali di benessere e uguaglianza, genera una sensazione di delusione direttamente proporzionale al progresso. Una sorta di sindrome del bicchiere mezzo vuoto, laddove ad ogni sconfitta dei mali si oppone, secondo le parole di Odo Marquard, "la legge della crescente incidenza del rimanente. Quanto più negativo scompare dalla realtà, tanto più irritante diventa il negativo residuale". E la frustrazione da confronto, l'illimitato desiderio di riconoscimento possono dunque tradursi in rabbia omicida.

Perfetto: il ritratto che Hans Magnus Enzensberger affila nel suo saggio "Il perdente radicale" si delinea in una settantina di pagine con il tratto -ad inchiostro vivace, trasversale, penetrante e sottile- di una rara capacità di sintesi che tutto considera, tutto analizza, tutto chiarisce. Praticando con lode -e senza autocompiacimento- le migliori virtù della saggistica e dell'inchiesta giornalistica. Serio, eclettico, competente, pur senza abbandonare quel retrogusto di ironia che permea anche la sua produzione poetica. Colui che con "Il mago dei numeri" seppe convincere, con parole di fiaba, bambini e adulti che la matematica non è noiosa, ostica ed elitaria, il maggiore poeta e saggista contemporaneo tedesco, autore anche di traduzioni, reportage, radiodrammi, romanzi, opere teatrali e cinematografiche, apparecchia con misurati e saporiti ingredienti il menu ad alto tasso distruttivo del presente e del futuro prossimo. Dissotterrando le radici dall'orto insanguinato del recente passato. Perché Hitler è l'indegno antenato del padre che oggi stermina la famiglia. O del ragazzo che abbraccia il fucile e compie una strage tra i corridoi della sua scuola.

Cellula esplosiva dalle metastasi fatali, il perdente radicale -quasi sempre un soggetto di sesso maschile, più sensibile alla percezione di una "caduta immaginaria" di potere rispetto alla donna- annulla il sospetto che la propria vita non abbia alcun valore e che ogni umiliazione subita sia in realtà meritata, sacralizzando la propria sensibilità di "eletto", laddove elezione non è altro che sinonimo di distruzione e autodistruzione. E' la creatura impolitica -termine caro ad Enzensberger- per eccellenza. Nel conflitto non cerca vittorie o soluzioni. All'"orrore senza fine" di un'angosciante impotenza oppone la "fine con orrore" di uno sterminio che sigilla lo status di perdente e ne dilata i confini. La megalomania del nazionalsocialismo e delle sue brame di dominio mondiale non risparmiò, infatti, il popolo tedesco, che Hitler stesso definì non meritevole di sopravvivenza.

E il testimone passa dai lager alle moschee: "Da allora esiste ancora un solo movimento disposto alla violenza, in grado di agire globalmente. Ed è l'islamismo". Un mix di istanze religiose, sociali, politiche che reclutano, in nome di una salvezza esclusiva e sprezzante, i discendenti di una antica e prestigiosa civiltà oggi decaduta. Gi stati della Lega araba risultano, infatti, secondo l'Arab Human Development Report, all'ultimo posto nella classifica mondiale per quanto riguarda la libertà politica, al penultimo per l'economia, e in uno stato di inimmaginabile arretratezza nel campo della ricerca, della trasmissione del sapere e dell'emancipazione femminile. Il narcisismo cieco, vittimistico, convinto della propria superiorità e in cerca di compensazione trova, dunque, nell'integralismo islamico, nel suo "reticolo flessibile", nella sua potenza mediatica -"allievo zelante di Hollywood, inscena i massacri di suo gusto sulla scorta dei film sulle catastrofi"- e nell'uso di tecnologie occidentali la summa contemporanea delle contraddizioni del perdente radicale. T

Eppure, benché sul tavolo di un gioco folle al massacro si muovano nell'ombra le pedine kamikaze, che sono le armi più "economiche" e imbattibili, Enzensberger non punta affatto sulla vittoria del terrorismo: "nella storia non si hanno esempi di società in regresso, le quali strozzano il loro potenziale produttivo, capaci di sopravvivere a lungo". Mentre severi addetti alla sicurezza aeroportuale continueranno, dunque, a confiscare "tonnellate di forbicine per le unghie", sarà la società stessa della globalizzazione a continuare a produrre in serie perdenti radicali.

"Il perdente radicale"
di Hans Magnus Enzensberger
Einaudi
pagg. 73 euro 8,00


www.einaudi.it

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