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L'armonia di Piero, uno e trino:
tra Arezzo e dintorni l'itinerario del matematico della pittura

di Stefano Biolchini

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30 marzo 2007

Galleria fotografica
www.mostrapierodellafrancesca.it

Impassibili come macigni le figure di Piero della Francesca hanno detto e continuano a dire molto della nostra storia pittorica, ascrivendo al loro autore - a più riprese impegnato fra le grandi capitali dell'epoca, dalla natìa toscana, a Ferrara, Rimini, Urbino e Roma - il grande merito di aver reso unitaria la lingua pittorica italiana. Questo il fil rouge della mostra (Piero della Francesca e le corti italiane, fino al 22 luglio) che ha riportato ad Arezzo alcuni dei suoi più grandi capolavori, primo tra tutti il celeberrimo dittico dei duchi d'Urbino, Federico da Montefeltro e Battista Sforza, conservato al museo degli Uffizi, oltre a un centinaio di opere di autori che a questo nuovo linguaggio diedero voce - fra gli altri il seguace Antoniazzo Romano, Lorenzo da Viterbo, Giovanni Boccati, Melozzo da Forlì, Luca Signorelli, Pedro Berruguete, oltre al maestro di luce del grande toscano, Domenico Veneziano, e all'ammirato Roger Van der Weiden. Del maestro fiammingo, che per primo fece conoscere agli italiani la pittura ad olio e che in Piero fu veicolo per la grande attenzione ai particolari e ai dettagli, è presente la Rogier van der Weyden. Deposizione nel sepolcro. Olio su tavola cm 110x96. Firenze, Galleria degli UffiziDeposizione nel sepolcro, altro altissimo prestito degli Uffizi. E ancora lavori di Pisanello, Leon Battista Alberti, Jacopo Bellini e Pietro Perugino.
Piero non si domanda mai che cosa sentano i suoi personaggi: le loro emozioni non lo riguardano, scriveva il Berenson a proposito della Flagellazione di Urbino, subito dopo aggiungendo «e tuttavia non esiste Flagellazione più emozionante della sua». Fu Petrus de Burgo, come evidenziò Longhi, fondatore della modernità artistica per il sintetismo prospettico tra forma e colore della sua pittura. Sintetismo che alla matrice platonica di un mondo segnato dal divino e «dal singolo punto di vista» il genio toscano affiancò la nuova visione del mondo, di ascendenza fiamminga (e aristotelica) che recava invece una molteplicità di punti e proiezioni. Intuizione questa che ad A. Lothe nel 1929 fece esclamare «saluteremo in Piero della Francesca il primo cubista», e che nel suo farci «risentire lo spazio come volume regolare per mezzo dell'appostamento in esso di altri volumi regolari» (Longhi) determina l'imprescindibile presupposto della rivoluzione di Cezanne. D'altronde lui stesso così spiegò la sua "scelta" per le forme regolari nel trattato "De prospectiva pingendi", definendo la sua pittura come risultanza di tre parti "desegno, commensuratio et colorare". Proprio alla commensuratio e alla sua attività di matematico e studioso di geometria e fenomeni ottici - ben documentata in mostra dalla presenza dei suoi scritti, l'"Abaco", il "De prospectiva pingendi" - dobbiamo quel distillato d'armonia che è forza e ordito necessario per far raggiungere al genio di Borgo i vertici dell'incanto calmo, solenne e magico.
Presenza eccezionale in mostra - vista l'assenza che durava dalla rassegna di Palazzo Strozzi del 1954 e che nasconde un rinvenimento "quasi rocambolesco" nella caccia degli organizzatori che l'hanno rinvenuta negli Stati Uniti - è la Madonna col bambino, splendido dipinto riconosciuto da Longhi nella collezione Contini Bonacossi e da lui al 1940, e che come sottolinea il curatore Bertelli, (che però ne anticipa l'esecuzione di 5 anni), «ha già nelle palpebre pesanti e nella mano sinistra flessa», e soprattutto nella «lattea luminosità diffusa» e «nell'insinuare il paesaggio nei vuoti della composizione» alcune delle cifre che saranno inconfondibili nella maturità dell'artista. Interessante di quest'opera è anche il tergo del dipinto, (purtroppo non visibile in mostra) che riporta l'errata attribuzione a Leonardo da Vinci da parte del pittore fiorentino Alessandro Rosi nel 1665. Assenza invece "giustificata" dai curatori per La Flagellazione - sarebbe stato troppo chiedere una simile rinuncia da parte di Urbino che ha concesso la Madonna di Senigallia - e soprattutto per la Pala di Brera, assolutamente «non spostabile per la sua fragilità».


Piero della Francesca e le corti italiane
Dal 31 marzo al 22 luglio 2007
Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna
Via San Lorentino 8, Arezzo

stefano.biolchini@ilsole24ore.com

Piero della Francesca. Madonna col Bambino, 1435 circa. tempera su tavola, cm 53x21. Collezione privata
Piero della Francesca. San Girolamo e un devoto 1448-1450. Olio su tavola, cm 44x34. Venezia, Gallerie dell’Accademia
Piero della Francesca. Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta 1450-1451. Olio e tempera su tavola, cm 44,5x34,5. Parigi, Musèe du Louvre
Piero della Francesca. Madonna di Senigallia 1470 Olio su tavola, cm 61×53,5. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Piero della Francesca. Madonna col Bambino 1460 ca. Tempera su tavola cm 61,8x53,3. Venezia, Galleria di Palazzo Cini


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